Arrivati alla fine di un anno scolastico, ancor più che in altri momenti, si insidia nelle menti dei ragazzi (specialmente quelli in uscita) il dubbio sul percorso futuro.
C’è chi ha già da tempo in mente la propria strada, chi pensa di averla trovata e chi ancora naviga nel marasma delle scelte.
Scegliere appunto è la difficoltà maggiore; se si guarda all’etimologia della parola si scopre l’origine latina ex-eligere (ossia “da selezionare”), decidere quindi cosa o chi va preferito rispetto ad altro, che diviene “l’ex” rispetto al quale operare la scelta. La decisione è un’attività di recisione e l’ombra di ogni scelta è pertanto una rinuncia.
Chi si trova a decidere del futuro (come una scelta in materia lavorativa o universitaria può essere) teme infatti l’errore e paventa il fallimento. Si amplifica il conflitto tra l’economia dell’Io e quella dell’ambiente circostante, fra il ciò che si è, il ciò che si vuole essere e il ciò che si è attesi essere.
Basterebbe tuttavia un po’ più di fiducia: questa è di fatti una condizione, quella umana del conflitto, alla quale siamo abituati, sintetizzabile nella “condizione del figlio”. Il figlio, e ognuno è figlio, non è padrone delle sue origini. Deriva ed è deciso dall’altro, è una condizione che impone di essere abitati dall’altro: lo stesso nome proprio non è poi tale, ma scelto dall’altro.
La condizione umana è in definitiva simile a quella del messaggero-schiavo tatuato: nell’antichità esistevano messaggeri che portavano il messaggio scritto sulla propria nuca rasata in modo che in nessuna maniera sarebbero riusciti a leggerlo. Ognuno porta un tatuaggio sulla nuca, che riporta tutte le attese, aspettative, i disegni che i genitori gli hanno hanno scritto sul corpo. Compito del figlio è dunque dare una forma propria alla vita tralasciando quel tatuaggio, evitando, se non apprezzato, quello che Leopardi chiama, in Lettera al Padre, “piano di famiglia”. La vita del figlio ha il compito di realizzare se stesso, di realizzare il proprio desiderio.
Scegliere un percorso non deve, in altre parole, essere una perfetta soluzione al quesito sul futuro, bensì esigere erranza e da questa trarre l’esperienza utile a una realizzazione di sé.
