Nei villaggi della Cabilia, nelle notti di gelo, ci si scaldavano mani e animi riunendosi di fronte a grandi falò. I bambini, con gli occhi illuminati dalle scintille della curiosità, ascoltavano senza fiatare le loro nonne berbere narrare storie di fantasia e coraggio. In silenzio, si abbandonavano a un mondo tutto nuovo, ascoltavano storie a loro ancora ignote ed affascinanti, ma che sarebbero persistite nella loro cultura e avrebbero segnato l’identità dei loro discendenti per secoli e secoli.
“A vava Inouva” , “Oh papà Inouva”, è il titolo di una ninna nanna composta per l’algerina Nouvara dal giovane Hamid Cheriet. La giovane cantante, malata, non poté presentarsi al teatro della radio nazionale per cantare per la prima volta il brano. La sostituì proprio colui che la canzone l’aveva scritta, inventandosi un nome d’arte all’ultimo minuto e presentandosi come Idir, un nome tradizionale amazigh che significa “colui che vivrà”.
Hamid, d’origine amazigh (berbera) e nato in Algeria, alle prime armi con la musica riscontrò un successo inaspettato, le linee amazigh della radio nazionale erano ormai impazzite: tutti volevano sapere chi avesse quelle capacità che li aveva tanto ammaliati.
Eravamo negli anni ‘70 e Idir non sapeva quello che la sua chitarra, la sua voce e i suoi testi in berbero avrebbero potuto fare.
Erano gli anni ‘70 e Idir non sapeva che quel timido ragazzo sarebbe stato ricordato da milioni di nordafricani tutt’oggi, come non solo un idolo, ma un fratello.
Il ritornello della canzone si rifà ad una delle antiche storie che avevano per secoli accompagnato la cultura berbera, la storia di papà Inouva; un uomo del quale i piedi diventano radici e si ritrova intrappolato in una foresta di belve ed orchi. Solo sua figlia potrà salvarlo dalle malvagie fauci dei predatori che lo circondano.
Il testo ritrae una famiglia riunita in uno degli usuali falò, ogni membro è intento ad ascoltare la storia di papà Inouva che viene salvato dagli orchi,uesti orchi che sembrano rappresentare il potere di Algeri.
Per capire appieno il vero significato nascosto dietro la canzone, è necessario fare un salto nell’Africa del Nord e nell’Algeria negli anni ‘60. Dominava sui paesi da poco indipendenti l’ideologia del panarabismo, la lingua araba, la cultura araba, dovevano essere imposte, anche con la forza. Essere amazigh, berberi, era visto come una macchia indelebile ma da cancellare, una vergogna, tutto ciò che avesse anche lontanamente a che fare con la cultura berbera era eticamente e socialmente indignante e inaccettabile, soprattutto la lingua.
Idir rivoluzionò questa ideologia, rese il ripudiato parte di successi internazionali, nascondeva dietro le sue dolci melodie e la sua flebile voce urli di protesta che chiedevano rispetto e osservanza nei confronti della sua cultura, della cultura di tutti coloro che erano arabi tanto quanto chi parlava e cantava in arabo. Ebbe il coraggio di cantare nella sua lingua originaria, connettendosi alle sue radici, alle nonne che narravano storie di fronte ai falò. Lo fece senza rimorso e senza vergogna, non consapevole che nel suo piccolo stava restituendo ai suoi coetanei amazigh la voglia di essere ciò che erano davvero: nei loro cuori la loro cultura era tornata ad essere un valore da celebrare, da cantare in coro dimenticando il passato.
