
“Tutti i progetti dell’uomo devono alla fine cadere, una salita senza fine non è possibile, poiché lo impedisce il tempo senza fine. In esso si esaurisce ogni forza; esso diventa padrone delle volontà più ostinate, spezza le reni anche alle più possenti speranze. Lo spirito della gravità riporta indietro ogni slancio e lo piega nella caduta. Lo sguardo nell’abisso del tempo, e perciò nella vanità di ogni progetto, paralizza, causa una “vertigine” a colui che pensa alla più alte possibilità dell’uomo. È chiaro che di fronte al tempo infinito ogni tempo diventa assurdo, ogni rischio senza motivo, ogni grandezza si rimpicciolisce. Lo spirito della gravità, qui inteso come coscienza dell’infinità del tempo, impedisce il vero protendersi dell’esistenza nell’apertura cosmica del mondo.”
“Così parlò Zarathustra”, Friedrich Nietzsche
D’arguto intelletto e somma capacità d’introspezione, colloco l’esistenzialista d’eccellenza Friedrich Nietzsche tra i primattori della mia narrativa personale sulla comprensione della realtà. Ahimé corrotto dalla reputazione nichilista popolare e dal demone del nazismo, è pressoché inammissibile e impossibile provare che il suo pensiero non abbia avuto nessuna influenza sugli intellettuali postmoderni da filosofi, letterati, o membri della intelligentsia occidentale.
Nella sua magna opera “Così Parlò Zarathustra”, ci vengono illustrati i pilastri fondanti della sua filosofia per mezzo di una “narrazione filosofica” (genere letterario ancora poco esplorato che sta attualmente vivendo un momento di gloria grazie al professore iraniano Reza Negarestani) che fa leva sulla leggendaria figura del profeta Zoroastro, fondatore della religione ufficiale del primo impero persiano, riformulata completamente come un individuo reminiscente all’Anticristo (un Messia che, per quanto benefico, è un misero cavallo di Troia del satanasso per far allontanare l’umanità da Dio e i valori morali formati) e dovente in uno stile di scrittura biblico confrontarsi con il popolo e la natura in una profonda teomachia interiore identitaria e morale sulla cancellazione del bene e del male e l’uccisione di Dio.
Suddetto stile biblico risulta molto frammentario e criptico, altresì apocrifo, per la divisione della storia di Zarathustra in molte parabole e parti erratiche e una sintassi al limite del vangelo, ma consente a lettori ed analisti di comprendere subito il tema di ogni narrazione e lo sviluppo nel quadro generale degli eventi.
Uno degli episodi più importanti è sicuramente l’incontro con il nano durante la triste scalata che compie Zarathustra per la sua gnosi mal recepita dal mercato: durante il suo ritorno all’eremitismo sulla montagna sua dimora, un nano beffardo riutilizza le sue stesse lezioni contro di lui mettendo in parallelo la sua scalata sembrante infinita con la concezione del tempo illusoria da lui profetizzata.

“Guarda questa porta carraia! Nano! Continuai: essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno li ha mai percorsi fino alla fine… Questa lunga via fino alla porta e all’indietro: dura un’eternità. E questa lunga via fuori della porta e in avanti – è un’altra eternità.”
“Così parlò Zarathustra”, Friedrich Nietzsche
Il tempo per Zarathustra non è altro che un infisso parmediano all’omega del concreto: si dice che ogni azione dell’uomo è ripetuta all’infinito in cicli che noi non possiamo percepire con i sensi per schemi divini lontani dall’occhio mortale, e che passato e futuro perdono di significato per la loro natura circolare e arcuata. L’azione di svegliarsi, avere colazione, andare a lavoro o scuola e il proseguimento fallimentare ed erbivoro della vita è la condanna dell’essere umano per la sua piccolezza e impotenza; il Dio di Nietzsche non è monadico e onnipresente, è un demiurgo platonico che non ha creato né tanto è il mondo che noi viviamo, è un essere egoista che ha ideato solo le leggi fisiche che lo governano abbandonandoci al processo perpetuo di quella macchina. Materia, vuoto, distruzione, creazione: escamotage fenomenologici che non hanno salienza nell’universo.
Ne consegue una percezione dell’infinito e dell’eternità apocalittica anche se non avverrà mai un’apocalisse (e se lo farà lo farà infinite volte) secondo la quale tutte le cose accadono e non accadono contemporaneamente facendo perdere di significato all’esistenza.
E’ immutabile, lineare e circolare, come un sole divino che non uscirà mai in un giorno nuvoloso nel limbo: un samsara maledetto.
Esattamente come in un mondo pre-deterministico il libero arbitrio viene omesso per la perfezione razionale della natura e della fisica, con una conseguente cancellazione del significato del tempo, così l’immutabile ontologia di Parmenide viene trascesa sotto un’ottica buddista sulla ciclicità ma invariabilità degli eventi, argomento principale del rinomato nichilismo di Nietzsche.
Ma è proprio qui che Zarathustra trascende ancora il raziocinio dell’uomo comune diventando l’ubermensch (in italiano superuomo o oltreuomo), l’accettatore del destino e dell’uroboro universale che abbandona la sua vulnerabilità e si attinge a plasmare concretamente la sua esistenza. Se egli è un artista, non fa l’arte ma diventa l’arte in sé, se egli è un semplice osservatore, non solo osserva ma è anche l’osservato, se egli è un creatore, non solo crea ma è il creato: ci viene data la lezione più gravosa di tutte, come noi non possiamo aspettarci di prevedere cambiamento e crescita nell’immutabile, se prima non accettiamo l’infinità dell’essere e abbandoniamo il nostro falso senso di individualità e morale per affrontare e fare parte di una energia cosmica da cui pensiamo di essere indipendenti quando il nostro potere viene dall’unificazione con esso.
Come Zarathustra è riuscito a superare la sua scalata ricordando come quello sarà un trionfo che si ripeterà in eterno, noi dobbiamo scegliere le azioni con cui vogliamo plasmarci evitando un rimorso che ritorna all’infinito e ricollegare noi stessi al dono che ci ha prediletto il demiurgo, che noi non sappiamo come accettare: la vita stessa.
