Il ruolo delle feste popolari è stato molto importante fin dall’antichità per le comunità civili, in particolare quelle contadine. In queste occasioni le persone si riunivano e si dedicavano ad attività sociali, non per forza slegate dalla vita pratica. Infatti attraverso riti, canti e balli veniva augurata fertilità e prosperità alla terra, ai suoi frutti e alle giovani donne. In questo modo il tempo trascorso a socializzare non veniva “perso”, bensì sfruttato per chiedere benevolenza alle entità sovrannaturali. La maggior parte delle celebrazioni venivano svolte in primavera, poiché questa stagione era considerata il momento dell’anno più fertile, in cui tutto riprendeva vita.
Le Floralia in particolare erano celebrazioni tenute in onore della dea Flora al Circo Massimo, alle quali si partecipava vestiti in abiti colorati, a imitazione dei fiori. Flora, nata dal cuore del sole e protetta dalla luce lunare, rappresentava la rinascita della Natura che vuole così affermare il trionfo della vitalità. Si svolgevano rappresentazioni teatrali e giochi circensi; giunta la sera si accendevano torce e fari e i festeggiamenti continuavano durante tutta la notte. Il 1° maggio si sacrificava anche una dea severa e casta: Fauna, divinità delle selve, chiamata anche Bona Dea. Era invocata anche con il nome di Maia: una dea il cui culto era riservato alle donne, forse in ragione di antiche usanze rituali adibite al culto della Terra, precluse agli uomini. Secondo alcuni scrittori latini, da lei prese il nome il mese di maggio (Maius).
Nel Medioevo, e durante tutto il Rinascimento, nel calendimaggio, ovvero le feste che si svolgevano durante i primi giorni del mese di maggio, venivano fatti grandi festeggiamenti in onore della rinascita della natura primaverile. Era la festa dell’amore: i giovani dei villaggi si addentravano nel bosco prima che sorgesse il sole, raccoglievano rami e fiori che la mattina venivano appesi alle finestre e alle porte delle case.
C’è da dire che le feste del calendimaggio avevano il pieno sfavore delle autorità religiose. «Si levi l’abuso che in questa diocesi è grande di drizzar li arbori che si chiamano Maggi alle feste delle Calende di Maggio, che oltre causa di molti disordini, risse, contenzioni et scandali, dà segno più presto di una pagana superstizione che di catione cristiana e in vece loro si drizzino delle croci in tutti i capi delle strade pubbliche», con queste parole lo scrittore Phlip Stubbes ci dimostra quanto fosse profondo l’astio della Chiesa verso queste festività.
A Firenze, sotto i Medici, si celebrava invece il maggio secondo la tradizione della classicità: un carro addobbato passava per le strade del villaggio e quando giungeva nella piazza principale le fanciulle in vesti floreali, cantavano “Bene venga maggio”. Veniva quindi piantato il Maio, un ramo adornato appeso alla porta dell’amata oppure posizionato al centro della piazza principale, intorno al quale si facevano balli accompagnati da canti e musiche.
A partire dal XVII secolo la Chiesa, nel tentativo di convertire queste ricorrenze, ha dato luogo a suggestivi spettacoli chiamati anche oggi “Maggi drammatici”. In queste rappresentazioni vengono posti in antagonismo inverno e primavera, a raffigurare la lotta tra l’esercito cristiano in marcia verso la Terra Santa, che incarna il Bene, e quello degli infedeli, Turchi o Saraceni, che incarna il Male.
Si tratta di un’interpretazione del tutto differente rispetto a quella popolare, che pone al suo centro l’Amore e il processo di rinascita della natura.
I Maggi drammatici tradizionalmente hanno avuto fortuna soprattutto in Toscana, dove la recita di versi antichi veniva e viene tuttora eseguita per lo più all’aperto con il trionfo finale delle forze positive. Tutti gli attori sono accomunati nella festosità generale e talvolta uniti in un ballo antichissimo: la moresca.
In alcune zone d’Italia si è diffusa anche l’usanza delle Maggiolate, che consistono nel pellegrinare di casa in casa, sostando nell’aia, e cantare per gli abitanti della dimora. Questi in cambio offrono ai maggiolanti, detti anche maggerini, da bere e mangiare, se non lo fanno gli viene invece augurata malasorte.
La celebrazione del primo di maggio ha assunto ancora più importanza quando dall’‘800 divenne anche festa del lavoro; alcuni canti divennero così d’impegno civile, politico e pacifista. Perciò durante il ventennio fascista il Cantar maggio fu proibito e soltanto dopo la fine della guerra è stata ripresa l’usanza in molte zone d’Italia, con una grande partecipazione popolare.
Nel paese dove vivo, Tatti, un gruppo variegato di persone ha ripreso la tradizione, dopo un periodo d’interruzione di alcuni decenni, del cantare il maggio. Il 30 maggio il gruppo dei maggerini si trova e canta fino a notte fonda. A differenza della tradizione, che prevedeva di “fare nottata”, oggi la comitiva si riunisce poi l’1 mattina, pur avendo dormito molto poco, e canta tutto il giorno passando di podere in podere. Nonostante ci sia stata una rivisitazione delle dinamiche sono rimasti alcuni ruoli che storicamente erano fondamentali: il Corbellaio, colui che porta il cesto delle offerte e dei doni delle case, l’Alberaio, che porta l’albero del Maggio adornato di campanellini e nastri colorati.
La figura del poeta, non essendo più facilmente trovabile, è sostituita dal capogruppo che chiede il permesso: una strofa in ottava rima (ovvero una strofa di otto endecasillabi rimati, di cui i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata), non necessariamente improvvisate, con cui si chiede ai padroni di casa il permesso di entrare nella proprietà e cantare. I musicisti continuano ad essere importantissimi per il risultato finale delle canzoni: c’è chi suona la fisarmonica, chi la chitarra, chi le percussioni, chi il kazoo e chi il bidon bass (uno strumento di nuova generazione che intona i bassi fondamentali). Il gruppo dei cantanti è variegato, sono presenti donne e uomini di tutte le età e provenienza, bambini e bambine.
Negli ultimi anni è diventata abitudine trovarsi in raduni, ai quali partecipano gruppi di tutta la zona della Maremma. Queste opportunità si presentano come occasioni che permettono di conoscersi e riconoscersi.
I gruppi sono eterogenei: ciascuno sceglie quale tendenza seguire e come farlo. C’è chi suona canzoni, per la maggior parte, con sfondo politico, chi preferisce fare canti di tendenza goliardica e chi talvolta preferisce quelli storici. A Roccatederighi, un piccolo paese della Maremma sotto il comune di Roccastrada, per esempio, da molti anni è portata avanti una tradizione di canti anarchici; anche i Briganti di Maremma, di Grosseto, hanno un’ispirazione politica; il gruppo dei maggerini di Roccalbegna invece ha portato avanti una ricerca su testi tradizionali del posto.
Cantare il maggio per certi versi è un modo per addentrarsi in un mondo dagli usi e costumi totalmente diversi da oggi, e perciò per rievocare il nostro trascorso storico attualizzandolo e quindi contribuendo a mantenere viva questa tradizione.
