Ciò che sta accadendo in Ucraina in questi giorni ci spaventa. Una guerra. Un popolo sotto i bombardamenti, soldati che si uccidono a vicenda, famiglie che si rifugiano sottoterra e che cercano di fuggire il prima possibile da quello scenario di fuoco, macerie e morte. Palazzi distrutti dalle bombe e persone che, avendo perso una casa, non sanno dove andare e come sopravvivere.
Nei vari social vengono condivise foto delle fosse comuni, di genitori straziati dal dolore per la perdita di un figlio sotto i bombardamenti, di case, ospedali e teatri distrutti.
Al di là della valutazione politica, a un certo punto quello che si vede è inaccettabile. La vita delle persone non può andare in secondo piano.
Tutto questo ci fa sentire immensamente impotenti. Parlando con alcuni miei compagni ho potuto osservare come il forte senso di impotenza li abbia schiacciati e indotti ad un rifiuto di informazione e di aiuto, fino a pensare che ogni loro gesto risulti vano. Arrivano dunque a vedere questa guerra come una cosa che non li riguarda perché troppo lontana.
Ho pensato di dimostrare invece che tutto questo ci riguarda. La guerra è un’attività dell’uomo illogica, grottesca, che non appartiene soltanto al nostro passato. Mentre noi viviamo in una “realtà sicura e protetta”, le persone muoiono vittime di questo mostro generato dall’uomo.
Riportando le voci di chi si sta mobilitando per raccogliere il maggior numero di aiuti, vorrei dimostrare che possiamo agire, perché il nostro contributo aiuta molte persone in difficoltà.
Ipse Dixit ha avuto l’occasione di intervistare la professoressa Roberta Cellesi, organizzatrice della raccolta di prodotti per il popolo ucraino presso il Polo Liceale Pietro Aldi.
Buongiorno Professoressa, lei ha gestito la raccolta dei prodotti per il popolo ucraino, che si è tenuta presso il nostro Polo Liceale. Come è nata questa iniziativa?
Vista la sensazione di paura e di impotenza negli occhi dei nostri ragazzi, all’indomani dello scoppio della guerra, abbiamo tutti pensato di trovare una strategia per farvi sentire parte di qualcosa.
Io credo molto a quello che dicevano i latini, cioè “gutta cavat lapidem”,“la goccia scava la pietra” e quindi, anche se si tratta di una piccola goccia, però una dopo l’altra formeranno il varco.
Ci siamo chiesti dunque in che modo potessimo farvi sentire parte di qualcosa e abbiamo così pensato di rendere la nostra scuola un punto di raccolta per gli aiuti al popolo ucraino.
Inoltre per coinvolgervi ancora di più, vi abbiamo offerto la possibilità di aiutarci nel momento di imballaggio dei pacchi e nel caricare le macchine.
Come avete comunicato il progetto e qual è stato il riscontro da parte degli studenti?
La Dirigente ha subito accettato con favore questa proposta ed è uscita una circolare, seguita da un mio colloquio con i due rappresentanti d’istituto, i quali anche loro hanno manifestato interesse per il progetto e lo hanno pubblicizzato. Abbiamo deciso dunque di contattare il comitato Maremma per l’Ucraina, che ci ha specificato quali erano i beni più necessari da inserire nella lista e indicato tutti questi prodotti all’interno della circolare.
C’è stata un’accoglienza che, sinceramente, nemmeno ci aspettavamo. Si è creata una catena per cui l’offerta è stata vastissima.
Dato questo numeroso interesse da parte degli studenti, qual è stato il risultato effettivo della raccolta?
Abbiamo caricato in tutto 8 macchine. Tutti i pacchi sono stati portati nei centri di raccolta ufficiali, cioè la parrocchia dell’Addolorata e la parrocchia Madre Teresa di Calcutta.
Ribadisco, non voglio dire “siamo stati bravi”, perché le bravure sono altre, però abbiamo dato una mano e creato un momento di condivisione in nome della pace e della solidarietà. Secondo me e secondo i ragazzi era questo quello di cui c’era bisogno: sentirsi utili, anche nel nostro piccolo. Non ci si può confrontare soltanto con i giganti, altrimenti ci sentiremmo sempre impotenti. Bisogna confrontarsi con la realtà di tutti i giorni e capire, nella situazione nella quale ci troviamo e nel contesto che ci appartiene, che cosa si può fare, perché c’è sempre qualcosa che possiamo fare.

In seguito, per approfondire le modalità di trasporto dei prodotti raccolti e per avvalorare il mio discorso iniziale, riporto l’intervista a don Marco e don Vitalij, parroci della Chiesa Parrocchiale dell’Addolorata.
Buonasera, vorrei iniziare riflettendo su quello che sarà poi il tema principale di questo articolo, sottolineare l’importanza dell’azione nel nostro piccolo. A questo riguardo, una parte dei giovani si sente lontano da ciò che sta succedendo e immensamente impotente; per loro dunque è vana l’azione. Cosa possiamo fare, secondo lei, per rispondere al senso di impotenza?
(Don Marco) Di fronte a questo problema del sentirsi lontani, secondo me c’è uno sguardo da ribaltare. Non è tanto quali sono le realtà o le persone vicino a noi, ma, secondo la logica del Vangelo, è farsi prossimi a chi io posso farmi vicino. Allora non è solo un problema di distanza, ma è come io posso invece abbattere la distanza che c’è. In questo senso ogni realtà, ogni esperienza, ogni vita può diventarmi vicina. Intuisco in questo farsi prossimi alcuni fronti: quello dell’aiuto concreto (come quello che stiamo facendo con la raccolta), ma anche quello del formarsi. Formarsi affinché la distanza non diventi destabilizzante, come se non ci riguardasse. Formare un pensiero, contrastare in noi la struttura della guerra e iniziare a pensare a quale bene si potrebbe fare senza entrare nella logica del nemico.
Come avete risposto alla richiesta d’aiuto da parte del popolo ucraino all’indomani dello scoppio della guerra?
(Don Marco) Appena cominciata la guerra ci è arrivata la richiesta della Diocesi ucraina in Italia di avere nella provincia di Grosseto un luogo di raccolta dei beni di prima necessità da inviare. Abbiamo solo offerto dei locali che sono diventati il crocevia di aiuti, giunti da tutte le parti, che ci hanno inoltre aiutato a stringere relazione importanti (sono giunte persone italiane, persone ucraine già residenti a Grosseto, profughi appena arrivati, credenti, non credenti, realtà civili, comuni, associazioni ecc…)
Un’esperienza che rivela che il bene è una via di pace, di unità e di risoluzione.
Inizialmente abbiamo inviato due camion al punto di raccolta per l’Italia centrale a Roma e in seguito ci hanno concesso di organizzare autonomamente il trasporto. Abbiamo scelto di non depositare i beni raccolti alle frontiere, ma attraverso conoscenze dirette siamo riusciti a trovare alcuni tir e autisti disposti ad entrare in Ucraina. I contatti diretti ci garantiscono di sapere di cosa c’è bisogno e che le cose arrivino. Di solito cerchiamo di costruire rapporti umani, non per la gratitudine, quanto per far vedere che dietro quel gesto c’è un’umanità che vuole essere vicina e, certamente, anche per rassicurare le persone.
Oltre all’impotenza c’è la rassegnazione. “Come può aiutare quel sacchetto di prodotti di fronte alla distruzione, alle violenza, alle bombe?” Ho ascoltato questa e altre domande del genere, quindi lo chiedo a voi, come può aiutare?
(Don Vitalij) Per adesso abbiamo inviato un totale di 5 tir in varie città ucraine. Grazie ai rapporti diretti, in particolare alle chiamate di alcuni parroci che hanno studiato con me in seminario e che si trovano attualmente in Ucraina, sappiamo con certezza che i nostri prodotti sono giunti in quelle città. La piccola scatola di tonno o un po’ di latte può salvare la vita di quelle persone che si sono trovate in città senza cibo e senza acqua. Quel piccolo può salvare la vita di una mamma, di un bambino, di un militare. Ai nostri occhi potrebbe sembrare un inutile aiuto, ma là, una persona, mangiando quel “poco”, può vivere fino a domani.
Come far capire che la “realtà sicura e tranquilla” non può essere una giustificazione e che chiudersi in questa realtà non è la soluzione perchè quello che sta succedendo ci riguarda? Cosa consigliare?
(Don Marco) Il continuo fallimento della via diplomatica ci deve far riflettere. Non possiamo rinunciare alla via diplomatica e forse dovremmo un po’ educarci alla diplomazia, perché se questa guerra “è lontana”, siamo consapevoli che non è lontana da noi la violenza. Ecco perché serve un cambiamento di sguardo, un bisogno di rinnovare il cuore. Serve una civiltà della pace e dell’amore, non solo una situazione di pace; anche da che cosa una pace è garantita ne stabilisce la profondità, la verità e la durata. Se noi vogliamo una pace più profonda, più duratura, più umana dobbiamo lavorare dentro. Tutto quello che vediamo ora in Ucraina, l’orrore al quale assistiamo, ci deve mettere addosso un forte ripudio della guerra, che è presente in tantissime parti del mondo. Ci dobbiamo scrollare di dosso quella rassegnazione che ci fa dire che in qualche posto del mondo, lontano, è diventato normale che ci sia la guerra. Se non ci curiamo come umanità, prima o poi questo è un ritornello che ritorna. Le guerre diventano endemiche, dove si cresce sapendo che quello è il tuo nemico. Queste sono logiche che i giovani devono rifiutare. Condannare l’errore con chiarezza, ma salvare le persone come fratelli.
