Politically correct. Politicamente corretto. Con queste due parole si va ad indicare una forma di assoluto rispetto, nelle parole e nelle azioni, verso ogni gruppo etnico o religioso, ogni genere, orientamento sessuale, età o disabilità, generando opinioni senza pregiudizi o offese.
Allora, perché se ne parla tanto? Perché molti si lamentano delle ripercussioni che ha, ad esempio, nel mondo del cinema?
Il politically correct è un’espressione coniata negli anni ’30 del Novecento, ma perché si arricchisca del significato attuale dobbiamo aspettare gli anni ’70, quando diventò una vera e propria corrente d’opinione che mirava a eliminare dalle abitudini linguistiche termini offensivi verso le minoranze.
Sin da quei tempi ciò significava applicare tale censura anche alla televisione, che da anni ormai influenza la nostra cultura e il nostro modo di pensare.
Se in passato ciò non aveva riscontrato molto successo, al giorno d’oggi il politically correct si è insinuato fin nelle fondamenta della cinematografia, tanto che è raro ormai trovare un film o uno show senza personaggi multietnici o di orientamenti sessuali differenti.
Ma ciò che ha sollevato le critiche è stato l’applicarlo a contenuti passati o relativi a essi.
Un caso lampante: i lungometraggi Disney.
Vero è che essi non si risparmiavano di battute e caricature razziste, ma è anche vero che sono stati creati in un’altra epoca, in cui certi tipi di ironia non erano percepiti offensivi, come avviene adesso.
È giusto però etichettarli come film con contenuti razzisti e offensivi? In un certo senso, sì.
La Disney ha sempre insegnato, attraverso i suoi tanto amati personaggi, a rispettarsi, amarsi e ad accettare le differenze gli uni degli altri, e questo è un altro modo per sensibilizzare il giovane pubblico che è cresciuto e continua a crescere con essi.
Ma un altro tema scottante sono i remake, prequel e sequel di film e serie famosissime, che vanno invece a stravolgere i contenuti precedenti.
Uno degli esempi più recenti è la serie che Amazon vuole lanciare su “Il Signore degli Anelli”, in cui sono stati inseriti personaggi multietnici in modo, come molti fan hanno ribadito, forzato. Nella saga originale sono presenti infatti umani, nani, elfi, hobbit, orchi e altri esseri immaginari, ma è sembrato doveroso ai creatori della nuova serie un adattamento al mondo reale.
In tanti pensano che tale adattamento non sarebbe stato affatto gradito a Tolkien, noto cattolico e conservatore.
Che pensare, dunque, di questa versione della Terra di Mezzo?
Il politically correct è, oggigiorno, un metodo usato da molte società d’intrattenimento per accontentare il pubblico e non essere additate come “razziste”. Una strategia, insomma, di marketing.
Ma, dietro ad affari commerciali, c’è pur sempre il rispetto e la voglia di inclusione per i quali il politically correct è nato.
Esso però non deve essere forzato e risultare a sua volta razzista, vedi il caso dell’attrice Zendaya, che ha rifiutato molte volte ruoli di personaggi africani, essendo lei statunitense.
È incredibile, soprattutto per i giovani, come nel ventunesimo secolo ancora si parli di discriminazioni, e il politically correct non sia qualcosa di comunemente accettato.
Musica, cinema, libri sono quelli che, dopo la scuola e la famiglia, ci insegnano quali sono i comportamenti giusti e sbagliati.
È pur sempre una censura, ma serve a eliminare tutti quei pensieri che, socialmente, non sono più approvati.
Se la società evolve, anche il mondo dell’intrattenimento, specchio della società stessa, deve farlo.
