L’italiano, una lingua che sembra avere origini antichissime, che all’orecchio suona dolce, musicale, colta, è stata per anni soltanto di uso degli intellettuali ed è diventata nostra, del popolo, solo a seguito dell’Unità e neanche immediatamente.
Il padre dell’italiano per eccellenza è considerato Dante, che, con la sua Comedia, ha per la prima volta dato alla luce un’opera che potesse essere compresa in gran parte nell’intera penisola (seppur solo dagli intellettuali). Quello dell’Alighieri, però, era un fiorentino particolarmente erudito e non di uso comune, ma soprattutto era scritto in versi e questo rendeva la sua diffusione ancora più complessa.
Tuttavia fu proprio a quel fiorentino dotto che alcuni secoli dopo Alessandro Manzoni si ispirò per la stesura dei Promessi Sposi e per darci, pochi anni a seguire, una lingua da parlare.
Oggi 07 Marzo 2022, 237 anni fa nasceva Manzoni e, per commemorarlo, andremo brevemente ad analizzare quali sono le tappe del suo lavoro che hanno portato all’esistenza vera e propria dell’italiano, scegliendo di non soffermarci troppo sugli altri aspetti della sua vita e della sua carriera.

Riassumendo molto essenzialmente, Manzoni nacque nel periodo nel Romanticismo e, nonostante fosse ancora fortemente legato alla cultura classica, si inserì perfettamente nel contesto risorgimentale in cui viveva e aderì agli ideali patriottici dell’epoca con una forte passione politica e civile. La produzione dei Promessi Sposi, che nella prima fase portavano il titolo di Fermo e Lucia, cominciò già nel 1821, ma dopo una serie di discussioni e critiche a proposito della lingua da parte anche dei lettori, nel 1827 diede inizio a una delle tante revisioni del romanzo, con lo scopo di utilizzarlo come mezzo per l’unità e la libertà politica d’Italia. Prese così a dedicarsi con grande dedizione alla ricerca dell’unità linguistica. Nello stesso anno si diresse a Firenze per “sciacquare i – cosiddetti – panni in Arno” e cercare quali fossero i termini migliori da utilizzare a partire dalla lingua parlata dai fiorentini a corte, creando finalmente, in una nuova stesura del volume, un’opera che fosse comprensibile a tutti sia per le parole che per il tema.
“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.
Questa è stata la citazione attribuita a Massimo d’Azeglio nel 1861, subito dopo che L’Italia fu unita, e Manzoni la prese alla lettera, quando nel 1868 fu scelto dall’allora ministro della Pubblica istruzione Emilio Broglio per la carica di presidente della commissione nazionale che doveva favorire la conoscenza e l’uso della lingua italiana «in tutti gli ordini del popolo». A questo scopo pubblicò la sua relazione Dell’unità della lingua italiana e dei mezzi per diffonderla, dove, facendo riferimento alle idee che già lo avevano ispirato nella scrittura dei Promessi Sposi, spiegava il suo piano di diffusione linguistica. Manzoni partiva dal presupposto che non ci si poteva permettere di aspettare che una lingua nascesse da sola tramite una mescolanza dei vari idiomi regionali, perché avrebbe significato dover aspettare tempi lunghissimi e bisognava pertanto scegliere un dialetto che fosse il più chiaro possibile per tutti. A queste caratteristiche rispondeva proprio il fiorentino, ma una lingua per essere parlata doveva essere viva e al pari con i tempi, perciò quello delle famose “tre corone” non era certamente più adatto. Pertanto l’opzione migliore risultava essere la forma parlata dai colti di Firenze. Imporre per il suo utilizzo dall’alto poteva essere difficile, ma essendo stata introdotta nel 1861 l’obbligatorietà di frequenza dell’istruzione elementare per almeno due anni in tutto il Regno (legge Casati; l’obbligo sarà innalzato a quattro nel 1877 con la legge Coppino), si vide nella scuola il miglior veicolo per il suo insegnamento e per lo stesso
motivo i Promessi Sposi furono inseriti nel programma ministeriale come testo esemplare per la lingua.
Non poche furono le critiche da parte di altri esponenti letterari e non fu certo facile far adottare a tutti un nuovo modo di parlare, soprattutto a chi proveniva da famiglie meno istruite, con la conseguenza che per ancora molti anni nella maggior parte dei paesi si continuò a parlare prevalentemente il proprio dialetto, ma pian piano, perdendo alcune forme considerate troppo regionali, venendo arricchita da numerose espressioni, locuzioni e termini idiomatici, l’italiano entrò nell’uso comune evolvendosi fino alla sua forma odierna.
