“Il volto della Guerra” o “Le visage de la Guerre” è un’opera di Salvador Dalì, realizzata nel 1940. Attualmente è custodito a Rotterdam presso il Museum Boijmans Van Beuningen.

Salvador Dalì fu un importante esponente del surrealismo e del dadaismo. I dadaisti criticavano l’arte per come veniva pensata e manifestata. Nelle loro opere attaccavano tutto ciò che, secondo loro, aveva causato la Prima Guerra Mondiale, cercando di sconvolgere gli spettatori. Anche il surrealismo ha come scopo una reazione simile nello spettatore, che viene stimolato a ragionare sul proprio inconscio e, di conseguenza, a comprendere la propria mente.
Attraverso una dimensione onirica, Salvador Dalì racconta in questo quadro gli orrori della guerra da lui percepiti, tra la fine della Guerra Civile Spagnola e la Seconda Guerra Mondiale.
Sullo sfondo un paesaggio desertico e desolato. In primo piano un volto spaventoso trafitto da un’espressione di dolore e disperazione. Il viso, dalla pelle scura, presenta all’interno delle orbite e della bocca, dei teschi, che a loro volta mostrano teschi nelle tre cavità. Emergono inoltre dei serpenti che lo avvolgono: alcuni si insinuano all’interno delle orbite e della bocca. Sulla destra, sopra una roccia, si nota l’impronta di una mano. I toni utilizzati sono caldi. Predomina il colore ocra arancio che rappresenta il suolo desertico, il volto è bruno e il cielo color turchese in alto, e bianco giallastro verso il basso. Il pittore usa contrasti di luminosità per evidenziare il viso all’interno dell’opera.
Una chiara descrizione della distruzione provocata dalla guerra. In quest’opera Dalì denuncia gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, ma la tela assume un carattere universale: i teschi che si ripetono all’infinito, all’interno del volto, sono un continuo rimando alla morte, alla perenne presenza della guerra nel destino dell’umanità. Una costante dell’uomo, fin dall’antichità. Il concetto di inevitabilità e ripetitività della guerra, già nel V secolo a.C., fu elaborato dallo storiografo greco Tucidide. “Κατὰ τὸ ἀνθρώπινον”, secondo la natura umana. La natura dell’uomo è una e immutabile, e per questo gli avvenimenti futuri che lo riguardano sono facilmente prevedibili, se si è disposti a studiare il passato con competenza e oggettività. Tucidide, con disincanto, fa notare come l’uomo, per sua stessa essenza, tenda alla crescita smisurata della propria forza, al timore dell’altro e, come necessaria conseguenza della tensione, alla guerra.
Dall’antica Grecia ad oggi il volto della guerra si è aggirato in molti Paesi e tra molti popoli. Il secolo scorso è stato luogo di due Guerre Mondiali e di molte altre guerre, come ad esempio quella in Vietnam o la Guerra del Golfo. A questo punto la domanda sorge spontanea: queste guerre sono giustificate perché inevitabili? Rispondo con le parole di Oriana Fallaci, giornalista, scrittrice e attivista italiana, che attraversò gran parte delle guerre del Novecento e che scrisse: “Tutti odiano la guerra o dicono di odiarla. Però tutti la accettano come una parte della vita, o almeno come una maledizione che fa parte dell’esistenza. Senza contare i farabutti che non la odiano per niente e anzi ci credono, suonano fanfare per essa, ritenendola necessaria. La guerra non è necessaria, accidenti! Non è neanche una maledizione inevitabile. Ve lo dico io che cos’è la guerra: l’attività più idiota, più illogica, più grottesca del genere umano; il crimine legittimato più abbietto, più inaccettabile, che possa esser commesso dai bastardi che ci comandano; l’ultima risorsa degli imbecilli che non sanno risolver le cose col cervello perchè non hanno cervello. E così fanno la guerra. No, non la fanno. Ci mandano gli altri a farla.”
Ritengo che queste parole siano molto attuali come lo è la disperazione e la sofferenza di quel volto dipinto da Dalì, straziato dal dolore, che richiama l’inevitabile morte. Guardandolo mi chiedo se il futuro continuerà ad essere così prevedibile, come ricordano i teschi nelle cavità del volto.
