Follia

Perché proporre la Psicopatologia – intesa nel significato etimologico del termine “la dottrina delle malattie della mente” – ad un pubblico non specialistico? In fondo la psicoanalisi ha un’idea molto particolare della psicopatologia. Noi siamo soliti considerare la psicopatologia una deviazione dalla norma, la psichiatria tradizionale ha visto nella psicopatologia la devianza della norma. In psicoanalisi la psicopatologia non è definire gli anormali, ma essa ci dice qualcosa di fondamentale sull’essere umano; non rivela le aberrazioni della norma ma rivela le caratteristiche peculiari dell’essere umano. La follia non esiste nel mondo animale, così come non esiste la perversione. Lacan isola due grandi anime della follia; la prima: il folle come uomo libro, l’uomo che rigetta ogni esperienza di obbedienza, il corpo in frammenti, il caos della pulsione, una figura di riferimento può essere Van Gogh (dimensione schizofrenica della follia). Kreplin diceva che la follia è come un’orchestra senza direttore. La seconda anima della follia, su cui Lacan ha esordito come psichiatra, è l’anima fascista: il folle in questo caso sarebbe colui che pensa di essere il proprio “Io”, che non ha dubbi sul proprio essere. Il folle ritiene di essere totalmente innocente, la colpa è sempre dell’altro, follia paranoide, manichea, fondamentalista come punto di riferimento può essere Hitler. Esilio, Lacan utilizza questo termine per definire la condizione umana. Essere nell’esilio significa vivere separati dalla cosa. Nella misura in cui siamo nel rapporto con l’altro siamo nel campo della relazione, del 2 e quindi lontani dall’1. Solo grazie a questo esilio, alla separazione della cosa, introdotta con l’avvento
del linguaggio (un bambino per poter parlare deve subire la perdita delle mammelle). L’esistenza del linguaggio ha come conseguenza la morte della cosa, gettati nel 2: siamo anche nell’esilio dal rapporto sessuale, il 2 non può mai fare uno. Gli amanti godono solo del proprio organo dice Lacan, perché nessuno può godere del godimento dell’altro corpo.
I nevrotici vivono nell’esilio, cercano di sopportare l’inesistenza del rapporto sessuale, cercano di sopportare la castrazione che il linguaggio impone loro. Il folle non vuole abbondare la prossimità con la cosa, vuole attingere all’assoluto della cosa. Nella psicosi c’è il rifiuto dall’esilio. Questo Freud lo scrive “Nevrosi e in Psicosi e la Perdita della Realtà nella Nevrosi e nella Psicosi”, qui introduce uno spartiacque strutturale fra nevrosi e psicosi. Freud scrive che a proposito della nevrosi vi sarebbe uno strapotere della realtà che condiziona il nostro desiderio, fino a rimuovere l’Es. Nella psicosi lo strapotere è dell’Es che rifiuta la realtà, la rimuove.
La libertà del folle, è “solo negativa”, che esclude il limite. La parola del folle “è una parola che rifiuta di farsi riconoscere”. La libertà dello psicotico è disperata; la parola del folle rifiuta la dialettica del riconoscimento. Secondo Foucault, c’è l’idea che il folle sia stigmatizzato, la procedura razzista di marginalizzazione del folle dice parte della verità. Il soggetto paranoico sostiene di essere sempre innocente, fanatismo dell’io è la manifestazione più alta della follia
Lacan sostiene che a causare la psicosi sia la forclusione – termine lacaniano per indicare la cancellazione definitiva di un evento dalla memoria psichica, fino al punto da divenire causa di malattie psicotiche – il significante che tiene insieme l’ordine del mondo si chiama “nome del padre”. Il significante nello psicotico manca, secondo Lacan si tratta di un’abolizione interna. Il nevrotico è dilaniato fra il moto di desiderio e la sua censura. Nello psicotico si tratta di un’assenza (che è il nome del padre), che è abolito internamente, e può ritornare solo esternamente. Quando questo significante è operativo ha il compito di sottrarre il bambino dal servizio della madre, quindi rende impossibile la sua cannibalizzazione e al tempo
stesso tempo offre al bambino un’immagine ideale. Un padre è colui che sa simbolizzare la legge nel desiderio. Se il nome del padre è forcluso, lo psicotico rischia di essere divorato dalla madre, non potrà essere lui un soggetto di godimento. Il nome del padre ha una funzione separativa, e di trasmissione d’eredità, dona al soggetto la capacità di desiderare. Nella psicosi, il significante è forcluso, e ritorna dall’esterno nelle forme più disperanti. Schebrer, è stato figlio di un famoso pedagogo. Ha sviluppato un delirio paranoico, ha raccontato la sua esperienza nel libro “Storia di un malato di nervi”. Su questo testo stabilisce che quanto viene abolito ritorna nel reale come qualcosa di deviato. Il padre di Schebrer è stato capace di veicolare l’immagine del padre?

Il padre era un teorico della pedagogia, lui fu un inventore, inventò il raddrizzatore Schebrer sbarra di ferro a forma di croce che fissava il bambino al tavolo con la schiena dritta e scrisse un libro in cui enunciò i suoi principi folli di educazione. Tutto il delirio di Schebrer è una rielaborazione di quanto subito da piccolo, lui non ha incontrato un padre che fosse l’incarnazione del desiderio, ha incontrato una legge pazza come ammonimento permanente, disumanizzata. Il padre è colui che funziona da operatore fra vita e senso. Il delirio di Schebrer: nell’universo di Schebrer un evento ha tradito l’ordine del mondo, un assassinio di anime ordito da Dio, il padre. Quest’ultimo è l’incarnazione di una potenza intermittente, arbitraria.

EDOARDO SONZOGNI

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