Oggi, sei mesi fa

Oggi, sei mesi fa, si compiva una catastrofe. Oggi, sei mesi fa, veniva infranto ogni diritto umano fondamentale. Oggi, sei mesi fa, l’Afghanistan veniva occupato dai Talebani. 

In data odierna, 15 febbraio 2022, si ricorda il semestre passato dalla presa di Kabul, avvenuta il 15 Agosto 2021; quel giorno, infatti, migliaia di talebani armati assunsero, dopo la ritirata delle truppe statunitensi dal territorio nazionale, il comando dello Stato. Così facendo provocarono gravi conseguenze in campo economico, di politica estera e sociale che purtroppo i cittadini sono costretti a subire ancora adesso.

Oggi, sei mesi fa, l’economia afghana, già in grave crisi, si lacerava definitivamente portando alla miseria gran parte della popolazione. Durante gli anni di insediamento statunitense, i soldi della banca centrale afghana erano conservati negli USA che, in quanto Paese occupante, ne gestivano le risorse trasferendo a rate il denaro all’Afghanistan. In totale quindi gli Stati Uniti custodivano un complessivo di circa 9 miliardi di dollari esteri suddivisi in tranche di 300 milioni di dollari. Con l’arrivo dei Talebani l’invio dei soldi al Paese è stato però interrotto permettendo alla nazione di spendere solamente lo 0,1/0,2% dei fondi totali. A questa problematica si aggiungono poi le sanzioni e le tasse imposte dalle nazioni estere e dall’ONU contro l’Afghanistan per aver infranto i più basilari dei diritti umani come quello alla vita, al cibo o all’istruzione.

Oggi, sei mesi fa, venivano distrutte le speranze di milioni di cittadini afghani, veniva negato il diritto di vivere spensierati ai bambini e di essere libere alla donne. Oggi, sei mesi fa, la Repubblica Afghana diveniva, di fatto, l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, basato sulla Sharia, cioè il complesso di regole di vita fondato su una ferrea interpretazione del Corano. Adesso le donne sono considerate oggetti, merce da scambio o semplicemente ritenute utili al solo fine riproduttivo e sessuale. Alle ragazze è stato vietato il diritto all’istruzione poiché le scuole sono aperte ai soli cittadini maschi; non è permesso loro nemmeno cantare, suonare, studiare musica o praticare qualsiasi sport. Tutte le donne sono obbligate ad indossare un “burka” integrale che copra volto e testa: è stato perfino ordinato ai negozianti talebani di tagliare la testa ai manichini con sembianze femminili poiché non consoni alla Sharia. Alle donne è stata vietata anche l’attività politica e sono impossibilitate a effettuare lunghi spostamenti da sole poiché, non potendo guidare, devono obbligatoriamente essere accompagnate da familiari di sesso maschile. Persino il diritto all’igiene personale è stato infranto in quanto i Talebani hanno deciso di impedire l’accesso da parte delle donne agli hammam, i bagni pubblici diffusi nei Paesi islamici, che, molto spesso, rappresentano l’unica opportunità di lavarsi al caldo nel freddo inverno afghano. Purtroppo alcune madri sono costrette anche a vendere i propri figli per circa mille dollari poiché, non essendo in grado di occuparsi economicamente della loro sussistenza, cercano di racimolare qualche soldo per comprare i beni più primari come il cibo o il vestiario. I bambini sono le altre grandi vittime del regime talebano essendo esposti a molte malattie e patologie anche gravi che molto spesso ne causano la morte. L’Unicef ha stabilito come tra cinque anni un bambino su due sarà malnutrito a causa dello scarso accesso all’acqua e della crisi alimentare. Fino a questo momento sono stati diagnosticati 66.000 casi di morbillo, focolai di malaria, dissenteria, febbre, polmonite e malattie respiratorie. La situazione covid-19 è drammatica in quanto i talebani non rendono noti i dati reali del contagio nel Paese: in Afghanistan non si importano e non si effettuano tamponi e solo lo 0,58% della popolazione è stato vaccinato. L’uso di qualsiasi tipo di protezione personale è ampliamente ignorato poiché è quasi impossibile reperirli nell’intero territorio nazionale. Un’altra realtà afghana spesso tralasciata è sicuramente quella della comunità LGBTQ+: dopo un recente studio effettuato su 60 cittadini afghani è emerso come essi siano spesso vittime di violenze e abusi da parte dei Talebani o dei familiari stessi convertiti al regime della Sharia. Oggi in Afghanistan l’omosessualità è punita con la pena di morte in quanto è ritenuta un reato gravissimo contro i principi islamici e l’unica via di salvezza per questa comunità è purtroppo quella di lasciare il Paese trasferendosi in luoghi sicuri come il Regno Unito che ha annunciato pubblicamente di aver prelevato alcuni cittadini afghani all’interno dei propri confini garantendone la sicurezza. Oggi, sei mei fa, veniva rovinata la vita di Ramiz, afghano omosessuale, violentato per venti ore consecutive dai talebani, quella della sorella Saliba stuprata subito dopo la presa di Kabul e quella di Suraya, bambina di sei anni, obbligata ad assistere all’abuso della madre.

Oggi, sei mesi fa, si compiva una catastrofe. Oggi, sei mesi fa, veniva infranto ogni diritto umano fondamentale. Oggi, sei mesi fa, l’Afghanistan veniva occupato dai Talebani.

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