Qualche anno fa chiesi ai miei genitori di raccontarmi della loro esperienza di manifestazioni. Mi colpì particolarmente sentire dei fatti avvenuti a Genova nel 2001. Il primo approccio che ebbi circa le vicende avvenute tra il 19 e il 21 luglio nella città ligure fu tramite l’esperienza di mia madre, che partecipò a una delle giornate. Compresi che le proteste erano rivolte contro il g8: il summit che si teneva in quella città tra le 8 più grandi potenze mondiali per decidere le sorti del mondo, senza tenere minimamente in considerazione le opinioni delle masse, ma che c’era anche dell’altro. Ero desideroso di saperne di più e mi promisi di fare altre ricerche. Lo scorso anno guardai Diaz, un film/documentario che racconta ciò che avvenne nella terza giornata delle manifestazioni contro il g8. Non potevo credere che ciò che avevo appena visto potesse essere vero: tutte quelle botte, il sangue, le urla. Eppure lo era.
Ho cercato video, testimonianze e foto, tutte dimostrano che ciò che accadde apparteneva a qualcosa d’irreale, un’altra macchia oscura che sporcava la nostra storia. Le violenze della scuola Diaz furono terribili ma non le peggiori: poco dopo quell’incubo, 93 persone furono portate nel carcere di Bolzaneto dove ricevettero violenze e umiliazioni di ogni tipo. Nei giorni precedenti furono numerosissime le cariche della polizia, fra l’altro molte non autorizzate, verso i manifestanti, per la maggior parte pacifici. Nella giornata del 20 luglio in piazza Tolemaide perse la vita Carlo Giuliani di appena 23 anni per mano dell’agente Mario Placanica. Quello che mi ha più colpito è che, al termine dei lunghi processi, quasi nessuno dei militari di quei giorni venne condannato per le violenze compiute. Nonostante i ricorsi fatti dalla famiglia alla Corte Europea, gli uccisori di Giuliani non furono ritenuti colpevoli, venne decretato che si trattò di legittima difesa. I pochi condannati per gli eventi di Diaz lo furono per reati meno gravi rispetto a quello di tortura, che in Italia non esisteva e perciò non era prevista una pena per azioni di tal genere. In secondo grado e in cassazione ci sono state condanne per i vertici che non hanno impedito le azioni commesse e che avevano predisposto una serie di false prove per proteggere i corpi di polizia e accusare molti innocenti di quella lunga notte. Per i fatti di Bolzaneto ci furono 44 condanne, ma molte di queste caddero in prescrizione, con il solo obbligo di risarcire le vittime.
Nessuno degli imputati ha fatto un solo giorno di prigione. Furono accusati anche 25 manifestanti di devastazione e saccheggio di cui una decina furono condannati con pene molto gravi. Molti di questi non appartenevano neanche al gruppo dei black bloc: il gruppo più estremista e violento dei manifestanti che aveva compiuto la maggior parte degli atti vandalici.
Credo sia importante immedesimarsi in quello che poteva essere l’ambiente di quel periodo. I fatti di Genova erano una tappa di un lungo percorso iniziato da tempo prima: già nel 1999 a Colonia, in Germania, si erano ritrovate decine di migliaia di persone a chiedere la cancellazione del debito pubblico dei paesi più poveri e successivamente ci furono altre manifestazioni a Seattle, Praga, Nizza, Porto Alegre, Napoli, Quèbec e Götemberg. Uno slogan era alla base di queste proteste: “un altro mondo è possibile”. Le persone protestavano contro il processo di globalizzazione intrapreso già in quegli anni. Le grandi multinazionali stavano gettando le basi per i loro imperi commerciali e le loro politiche erano incuranti delle minoranze, sempre più numerose e in precarie condizioni, con particolare attenzione ai gravi squilibri tra il Nord e il Sud del mondo. Quei tre giorni di luglio a Genova segnarono di fatto la fine di un’esperienza legata all’idea di un possibile sviluppo economico alternativo. In seguito non ci furono più grandi manifestazioni, di fronte a una violenza così estrema lo smacco era stato troppo grande.
Credo che certi episodi siano importanti da ricordare proprio per non dimenticare, per avere la consapevolezza della nostra Storia. Vorrei concludere questa breve riflessione con le parole del fumettista Zerocalcare, che a soli 17 anni partecipò alla manifestazione e vide la violenza e la cattiveria di quegli scontri dritta negli occhi. A tre anni dall’accaduto in un fumetto scrive: “La memoria è un ingranaggio collettivo, per funzionare ha bisogno di ognuno di noi. Rimetterla in moto significa tornare a Genova, non lasciare soli i nostri 26 fratelli. È il minimo che dobbiamo alla nostra Storia e alle nostre ferite. A Carlo, con la stessa rabbia di 3 anni fa”.
