Il liceo che rende asociali, o quasi

Liceo classico. Rispondere così alla domanda “E tu che scuola fai?” innesca di solito una serie di commenti e una gestualità diventati tipici per chi si ritrova a raccontare di una scuola che è unica, come tutte d’altronde, ma che evidentemente in alcuni casi lo è un po’ di più. Alzate di sopracciglia, braccia incrociate al petto in segno di un interesse tutto nuovo, perché le domande che seguono sono tante, e sempre le solite: “Ma è difficile?” “Ma quanto studi, eh?”, in genere accompagnate da un sorriso d’intesa che sottintende che si tratta di una domanda retorica, è ovvio che al liceo classico si studia tanto, tanto da precludere qualsiasi forma di vita sociale e trasformarci in qualche specie di automi capaci di studiare, studiare e ripassare, nel caso in cui si è stanchi. Questo per quanto riguarda i dialoghi con adulti, da un lato più semplici da trattare perché bastano in genere un sorriso di circostanza e magari una battuta per assecondare un’immagine distorta ma immutabile, e allora tanto vale che resti così, d’altronde il peggio che può accadere è di essere classificati come prodigi o che il tutto si risolva con un “Ma sì, è ovvio che fai il classico, tu che sei tanto bravo.”

Con i ragazzi, specie se più piccoli, la faccenda cambia. Questo è il periodo dell’anno in cui gli sventurati che frequentano la terza media si ritrovano improvvisamente sommersi da brochure, volantini, inviti a visitare scuole di cui non si ipotizzava nemmeno l’esistenza (personalmente, ricordo lo stupore del 2016 nello scoprire l’istituto nautico di Porto Santo Stefano). Dubito che si stiano divertendo: non tutti i miei coetanei hanno esattamente dei bei ricordi al riguardo, dato che all’immenso piacere di saltare qualche lezione di matematica o geografia per esplorare le scuole si accompagnava di solito lo sgradito aiuto di parenti e amici che improvvisamente percepivano la necessità di esprimere un’opinione in merito, e allora eccoti lo zio che ti dice di andare al commerciale, perché non aspetta altro che tu compia diciott’anni per aiutarlo in azienda, ed ecco la mamma che invece in tono volutamente subdolo ti dice che non scegliere un liceo sarebbe un peccato, proprio tu che a scuola hai tutti otto e nove, e poi l’università è la chiave per il successo eccetera eccetera.

È divertente per noi, però, per due motivi: intanto perché le ansie caratteristiche dell’ultimo anno delle medie sono le stesse delle superiori, dato che lo zio che anni fa ha insistito tanto per mandarti al commerciale adesso cerca di dirottarti su Economia, “che un laureato in famiglia serve sempre”, mentre la mamma gonfia il petto di orgoglio nel saperti un diplomando al liceo classico, e quando non sei a casa legge statistiche di dubbia affidabilità per capire se è più facile trovare lavoro con Medicina o con Ingegneria. Il secondo motivo è che le espressioni preoccupate di fronte a un’innocua frase di benvenuto scritta in greco sulla lavagna non sono cambiate in cinque anni, dai giorni in cui eravamo noi a entrare nelle nostre classi attuali e per la prima volta fissavamo rapiti quei ragazzi simili a giganti che con leggerezza ci parlavano di latino, filosofia e letteratura inglese. Ci sembravano distanti, avanti anni luce mentre scherzavano su parole di cui non capivamo nemmeno il significato, ricordo che a un tratto pensai che cinque anni di studio matto e disperatissimo dovessero per forza renderti un po’ strano. Al quinto anno del liceo classico ammetto volentieri di essere un po’ strana, ma lo studio matto e disperatissimo in realtà non c’entra, forse perché non ricordo abbia mai fatto parte del mio percorso.

È matematico: se frequenti la terza media e ti ritrovi a parlare di scuola con uno studente del classico le domande saranno tre. Uno, se è difficile. Due, se il greco è difficile. Tre, se si ha anche una vaga idea di cosa significhi avere degli amici e delle occupazioni non inerenti allo studio, non importa se è formulata diversamente, il succo è sempre questo. Anche le risposte sono diventate di circostanza, eppure a differenza che con gli adulti le si danno volentieri, perché chi è più piccolo è ancora in grado di cambiare idea e c’è addirittura la possibilità che riesca a vedere, o meglio scorgere, per non sbilanciarci troppo, il valore effettivo di un liceo classico, che riguarda lo studio delle materie solo fino a un certo punto. Le scuole superiori sono belle, lo sono tutte quante, e quando si parla di liceo classico capirlo è forse un po’ più difficile.

Forse nessuno dei ragazzi con cui ho parlato in questi pomeriggi nei corridoi si iscriverà davvero nella nostra scuola, ma non importa; basta la consapevolezza che il liceo classico non è solo studio, e se davvero la si vuole pensare così, la parola ‘studio’ non riguarda solo l’anno in cui Napoleone arrivò in Italia o le declinazioni in greco, ma ha a che fare con molto, molto altro. 

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