Piazza Dante, i musei, le mura medicee. Grosseto è una città che sa offrire tanto, ma sa offrire a tutti?
Francesca e Marta (nomi di fantasia) sono due donne affette da due patologie diverse: la distrofia muscolare di Emery Dreifuss e la Pseudoacondroplasia poliepifisaria, due sindromi rare che impediscono un’esperienza di vita che definiremmo “normale”.
Attraverso le loro testimonianze Ipse Dixit racconta una Grosseto difficile da immaginare, e su cui spesso dimentichiamo di riflettere. Chi penserebbe mai che dietro ai sampietrini non c’è solo una verità storica?
Hai sempre vissuto a Grosseto? Se no, hai percepito delle differenze per quanto riguarda i servizi idonei alla tua condizione rispetto a dove hai vissuto prima?
Ho sempre vissuto qui, ma ho viaggiato molto sia in Italia che all’estero. Ho avuto modo di rendermi conto che Grosseto necessiterebbe di cambiamenti piccoli ma essenziali per diventare più accessibile. Anche all’interno dell’ospedale sono stata accolta da un personale competente ma da servizi non idonei, questa è una delle differenze più importanti.
Hai mai pensato che Grosseto dovesse migliorare in questo campo?
Grosseto è una città di grande valore in termini di turismo, ma che purtroppo non è al passo con le necessità di turisti e non. Ci sono molte barriere architettoniche e culturali ancora da abbattere, per esempio per quanto riguarda la mobilità stradale e pedonale, l’accessibilità degli esercizi pubblici e privati. Spesso siamo costretti a passare per strada perché i locali occupano il marciapiede con i tavoli e le sedie, le pavimentazioni danneggiate possono essere un problema non solo per chi è in sedia a rotelle, ma anche per persone ipovedenti o cieche.
Ci sono state esperienze particolari che ti hanno fatto riflettere sulle opportunità che Grosseto ti ha offerto in quanto disabile?
Purtroppo no. In alcuni casi ho addirittura pensato che mi fossero sottratte, vedendo la costruzione o la ristrutturazione di spazi pubblici che non prevedevano l’accesso anche per me. Mi sento attaccata psicologicamente e fisicamente da ciò.
Ci sono state, invece, esperienze che ti hanno portata a pensare che Grosseto non fosse conforme alle tue necessità?
Durante la mia età adolescenziale, il sabato pomeriggio ero solita, come tutti i miei coetanei, fare con le mie amiche le cosiddette “vasche” lungo il corso Carducci. Questo era ed è l’unico (penso sia ancora così) momento per passare un po’ di tempo di svago insieme agli altri, un punto di ritrovo e un momento di socialità molto importante per i giovani di Grosseto. Ma tutte quelle vibrazioni fisiche che io subivo muovendomi con la sedia a rotelle sui sanpietrini del centro storico, con gli anni mi hanno causato dei problemi (di cui risento tutt’ora) sulla pelle e nelle ossa. Io non potevo pensare che la mia città potesse escludermi dai suoi luoghi più importanti o provocarmi del male se andavo a vedere i negozi e a fare una passeggiata nel principale punto di incontro dei suoi abitanti…sarei dunque dovuta rimanere sola e a casa? Attualmente non vado più in centro o almeno quasi mai, e questo mi spiace molto. Purtroppo non c’è molto da fare e vedere a Grosseto città e, a trentun anni, anche se non mi interessa più fare le “vasche” per il corso, avrei comunque il diritto e la libertà di fare shopping per i negozi, di fare una passeggiata nel luogo di incontro più importante della città dove si svolgono eventi cittadini, dove andare a prendere un caffè al bar e dove ogni giorno fino a qualche tempo fa dovevo andare per raggiungere (sobbalzando sulla sedia a rotelle per il tutto tratto di strada) il mio ufficio lavorativo che si trova proprio nel corso Carducci. Credo che creando una città accessibile o rendendola tale, non si faccia solo del bene alle persone disabili e che non debba essere per mera pietà ed educazione civica, ma una cosa utile per tutti: perché ognuno di noi sarà nella sua vita disabile almeno che non muoia d’improvviso e prima di diventare anziano.
Ti è mai capitato di sentirti emarginata in contesti sociali come la scuola o il lavoro?
A scuola in realtà non mi è mai capitato. Al lavoro invece sì, perché nel campo in cui sono occupata le persone disabili non godono di molte opportunità lavorative, c’è chi pensa che altri siano più bravi di me semplicemente perché possono muoversi o addirittura che offrirmi un impiego equivalga a farmi un regalo, un modo per farmi passare il tempo. Si tratta di uno degli atteggiamenti peggiori, ma purtroppo è molto diffuso. Barriera culturale che spero di abbattere, spero.
C’è un ente, un’associazione o una realtà in particolare che ti ha aiutata a vivere meglio questa tua condizione? Se sì, quale e come?
La cooperativa sociale “Uscita di Sicurezza” mi ha permesso durante tutti i miei anni universitari di fare il viaggio Grosseto-Siena e viceversa in serenità e comodità per raggiungere l’università di Siena e frequentare le lezioni almeno due volte a settimana. Io e i miei genitori lottammo tanto con l’azienda dei trasporti pubblici per fare in modo che come tutti io potessi viaggiare in autobus, ma, anche se grazie alla nostra protesta e numerosi reclami su giornali e trasmissioni TV locali la maggior parte degli autobus di quella tratta vennero resi accessibili con una pedana elettrica, quest’ultima troppo spesso non funzionava perché non veniva effettuata la dovuta manutenzione o addirittura gli autisti non sapevano come usarla; e io rimanevo per strada ad aspettare spesso anche tante ore che arrivasse un successivo autobus per miracolo accessibile. “Uscita di Sicurezza” rispose positivamente alle mie richieste di aiuto offrendomi il loro accompagnamento verso e da Siena con un’auto adattata per il trasporto di sedia a rotelle e dove io potessi anche viaggiare semi distesa su un sedile normale con schienale reclinato e potessi così riposarmi la schiena prima e dopo tante ore di lezione seduta. Grazie dunque anche al prezioso accompagnamento gestito dalla suddetta cooperativa, nel 2013 mi sono potuta laureare in Scienze della Comunicazione.
Pensi che il tema della disabilità sia affrontato in modo adatto all’interno delle scuole?
Le scuole hanno fatto passi da gigante rispetto ad anni fa. Ricordo che nel 1968 fu introdotta la normativa riguardante l’integrazione scolastica dei bambini diversamente abili. Alcune scuole di Grosseto aderirono alla sperimentazione e io fui la prima bambina della provincia ad essere inserita in una classe di cosiddetti “abili” anziché in una differenziale come era consueto: questo consentì ai miei amici di crescere con me e conoscere le mie diversità. Vedo che le scuole fanno quello che possono, ma penso anche ai molti spazi non accessibili e spero quindi che possano migliorare ancora.
C’è una considerazione che ti piacerebbe dedicare a chi vive la tua stessa condizione o simile?
È il mio motto di vita: “Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”.
Sì: “Se tutto è improbabile nulla è impossibile”
Tuttavia, tante persone a Grosseto si preoccupano di non rimanere indietro. La Fondazione Il Sole o.n.l.u.s, che si impegna ogni giorno per rendere la nostra città più inclusiva, ha permesso di metterci in contatto con Francesca e Marta e offrire un punto di vista non nuovo di per sé, ma che di certo è nuovo per qualcuno. Per noi in primis.
