Artemisia Gentileschi è stata una pittrice della scuola caravaggesca che visse dal 1593 al 1653 ed è considerata una delle massime figure del movimento femminista.
Suo padre, Orazio Gentileschi, notando il talento della figlia per la pittura, si impegnò in prima persona ad insegnarle tutto ciò che conosceva e decise anche di affiancarle come insegnante di prospettiva l’amico Agostino Tassi, con cui lavorava alla decorazione del palazzo Pallavici Rospigliosi a Roma.
Artemisia, appena adolescente e inesperta in amore, si ritrovò a ricevere delle avance da un’uomo sposato che sfociarono in uno stupro. Come scriverà lei stessa nel suo diario: “Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto…”.
Artemisia decise di denunciarlo e, per l’epoca, fu uno scandalo: nessuna donna aveva mai avuto il coraggio di denunciare uno stupro (visto che era considerato da prostitute perdere la verginità prima del matrimonio). Durante il processo, avvenuto nel 1612, la ragazza accettò di essere interrogata sotto tortura.
Dopo circa tre appelli il giudice dichiarò Tassi colpevole: la prima volta nella storia che una donna riuscì a vincere una causa giudiziaria di questo genere. Ovviamente il processo macchiò in maniera indelebile Artemisia che verrà dimenticata dal mondo dell’arte e verrà riscoperta solamente nell’Ottocento.
Come si può notare dal confronto tra il dipinto Giuditta e Oloferne di Caravaggio e Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia, la Gentileschi è la prima persona a rendere la donna protagonista: mentre nel primo Giuditta è rappresentata senza un minimo di emozioni in modo tale da concentrare l’attenzione su Oloferne; nel secondo si riesce quasi a percepire la rabbia e la determinazione di Giuditta, facendola diventare la vera protagonista del quadro.


