Alexandre Koyré (1892-1964) è stato uno filosofo e storico della scienza russo naturalizzato francese. Tra le sue pubblicazioni, Studi galileiani (1939), Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione (1950), Dal mondo chiuso all’universo infinito (1957), Studi newtoniani (1965, postumo).
Era il 1948 e su Critique, la rivista fondata da Bataille due anni prima, Alexandre Koyré, ebreo nato nella russia zarista e trasferitosi prima in Germania e poi in Francia, allievo di Husserl e lettore di Meyerson, pubblica due saggi concernenti il problema del mancato sviluppo della tecnologia nel mondo antico, in particolare quello greco, considerati soprattutto i prodigiosi sviluppi delle scienze pure e della matematica nel periodo ellenistico.
Questi due saggi, corredati dall’ampia introduzione di Paola Zambelli e dal saggio-risposta di Pierre-Maxime Schuhl in appendice, sono stati tradotti e pubblicati da Einaudi nel volume Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, diventato oramai un classico della storia della scienza.
Il primo saggio, intitolato I filosofi e la macchina, espone la pars destruens del pensiero di Koyré intorno al problema del mancato sviluppo della tecnologia nel mondo antico. In esso viene mostrata l’insufficienza dell’interpretazione classica del fenomeno, quella detta sociopsicologica, la quale asserisce che la tecnologia nel mondo antico non si è sviluppata perché a. il lavoro schiavile non la rendeva economicamente vantaggiosa b. la mentalità antica non teneva in grande considerazione le scienze applicate, e l’attività pratica in generale, rispetto alla contemplazione pura e disinteressata – a questo proposito viene parafrasato Plotino: «La contemplazione […] è il fine supremo dell’azione» (pg. 65). Questa interpretazione non tiene conto di due fattori: primo, la gran parte dei cittadini liberi delle città greche non possedevano schiavi, e avrebbero tratto gran vantaggio dal macchinismo – «Anche senza voler contestare o almeno sminuire l’importanza della schiavitù nell’economia e nella vita della città greca, non bisogna neppure esagerare il peso e rappresentarsi una società di otiosi, viventi unicamente del lavoro degli schiavi » (pg. 73), « I cittadini liberi della città greca […] erano spesso abbastanza poveri e si guadagnavano la vita col sudore della fronte » (ibid.); secondo, il disprezzo della praxis era tipico soltanto dei gruppi ristretti dei filosofi e degli aristocratici, non certo dell’uomo comune – « Gli armatori e i negozianti del Pireo erano spesso personaggi assai importanti, ma la loro mentalità e la loro morale erano assai più vicine alla mentalità e alla morale “borghese” della gente di Cartagine […] che alla mentalità dei discendenti degli aristocratici terrieri con cui erano ogni giorno in contatto » (pg. 74), « Così mi pare rischioso assimilare la mentalità di Plotino a quella del mondo romano della sua epoca, oppure quella di Platone (o di Aristotele) alla mentalità degli ateniesi » (pg. 76). Il problema iniziale rimane dunque un’aporia.
Il secondo saggio, quello che dà il nome alla raccolta, espone invece la pars construens del ragionamento di koyréano. Operando innanzitutto una distinzione tra pensiero scientifico e pensiero tecnico, lo storico russo mostra prima come questo preceda quello – ogni civiltà a noi nota, anche la più primitiva, ha sviluppato una tecnica – poi come i due tipi di pensiero non siano necessariamente legati – il Medioevo ha sviluppato una tecnica senza sviluppare una scienza, ad esempio – e infine come, per lo sviluppo della tecnologia, sia necessario lo sviluppo sia di un pensiero tecnico che di uno propriamente scientifico. In poche parole, la civiltà greca non sviluppò mai una tecnologia perché non riuscì mai a sviluppare una scienza propriamente detta, e per la precisione non riuscì mai a sviluppare una fisica nel senso moderno del termine. Intuizione importante, ma il problema è stato solo spostato, non risolto: come mai la civiltà greca, così evoluta e raffinata, non sviluppò mai una scienza?
Partendo dal presupposto che esiste un’irriducibilità del fatto storico – ossia non è possibile spiegare del tutto un fatto storico, ricondurlo completamente a qualcos’altro – Koyré avanza l’ipotesi che ciò sia dovuto ad un limite concettuale. La fisica moderna, quella che si sviluppò da Galileo in poi, è una fisica quantitativa; essa nasce insomma dall’idea che il mondo naturale possa essere efficacemente descritto in termini matematici. La fisica greca operava innanzitutto una distinzione tra il mondo celeste e il mondo sub-lunare: solo il primo era perfettamente regolare, matematizzabile; del secondo era possibile dare una descrizione solo qualitativa, al massimo approssimata. Esso era, insomma, un mondo del pressappoco.
Perché l’antinomia mondo celeste-mondo sub-lunare venga superata bisognerà aspettare Galileo, autore della vera rivoluzione concettuale che ha fondato la scienza moderna, rivoluzione che ha consentito il passaggio da un mondo puramente qualitativo ad un mondo quantitativo, matematizzabile, il passaggio da un mondo del pressappoco ad un universo della precisione. La tecnica diviene tecnologia nel momento in cui si passa dalla costruzione di utensili – « […] qualcosa che […] prolunga e rinforza l’azione delle nostre membra, dei nostri organi sensibili; qualcosa che appartiene al mondo del senso comune » (pg. 101) – a quella di strumenti – « […] il quale (lo strumento, n.d.r.) non è un prolungamento dei sensi, ma nell’accezione più forte e letterale del termine, incarnazione dello spirito, materializzazione del pensiero » (ibid.). La costruzione di uno strumento implica cioè un’alleanza fra theoria e praxis, la stessa alleanza che è alla base della tecnologia così come la conosciamo. A guidare Galileo è una spinta prima di tutto conoscitiva, non pratica – « È per bisogni puramente teorici, per attingere ciò che non cade sotto i nostri sensi, per vedere ciò che nessuno ha mai visto, che Galileo ha costruito i suoi strumenti, il telescopio e poi il microscopio » (ibid.). A costituire la tecnologia sono le applicazioni pratiche degli strumenti concepiti inizialmente per risolvere problemi teorici. In quest’ottica, Galileo assume un controverso ruolo di deus ex machina: com’è possibile che una rivoluzione concettuale di questa portata sia essenzialmente opera di un solo uomo? E perché proprio Galileo? Si tratta in effetti della parte più debole di tutta l’argomentazione di Koyré: rifuggendo semplicistiche spiegazioni sociologiche – « Siracusa non spiega Archimede meglio di quanto Padova o Firenze spieghino Galileo » (pg. 70) si legge nel saggio precedente – l’autore si appella alla già menzionata irriducibilità del fatto storico; in altre parole, bisogna ammettere una contingenza non ulteriormente spiegabile.
Il breve profilo dell’opera di Koyré che è stato fin qui abbozzato costituisce un duplice invito: alla lettura di un grande classico della storia della scienza in primis; a condurre una riflessione critica sui temi della scienza, della tecnologia e dei loro risvolti sociali e culturali in secundis. Purtroppo manca, nel panorama culturale italiano, una vera filosofia della tecnica e della tecnologia; mancano strumenti concettuali che consentano di inquadrare criticamente la scienza, la tecnica e la tecnologia, che consentano di delinearne i rapporti reciproci sia in una prospettiva storica o diacronica che in una astorica o sincronica. Le conseguenze di questa deficienza sono l’oscillare dell’opinione pubblica tra i due poli, opposti ma identicamente deleteri, dello scientismo cieco e del dogmatismo anti-scientifico. L’auspicio è perciò che una rilettura dei grandi classici dell’epistemologia e della storia della scienza – da Koyré a Kuhn, passando per Popper, Feyerabend e Lakatos – consenta la formazione di una consapevolezza maggiormente diffusa delle possibilità e dei limiti della scienza e della tecnica, unico antidoto ai sofismi e alla bassa retorica che infesta la televisione e l’Internet d’oggigiorno.
Fonti:
- Bibliografia:
- Alexandre Koyré, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Einaudi, 2000, pp. 134
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