Finalismo e teleonomia. Riflessioni su Jacques Monod

Jacques Lucien Monod (1910-1976) fu un biologo, epistemologo e filosofo della scienza francese. Vincitore del Nobel per la medicina nel 1965, le sue opere più importanti sono Il caso e la necessità e Per un etica della conoscenza, raccolta di articoli edita da Bollati Boringhieri.

« L’uomo ha l’impressione che volontà e intelligenza siano le cause […] che stanno alla base della natura soltanto perché quelle serie di effetti che nella natura si succedono spontaneamente gli sembrano, alla luce del suo intelletto, prodotti di un piano preordinato. […] Dato che egli prevede il fine di un movimento, il risultato di uno svolgimento, la funzione di un organo, ecco che fine, risultato e funzione sono, anche per sé, calcolati in anticipo »

Ludwig Feuerbach, Essenza della religione, § 45

Premessa

Due sono gli intenti che stanno dietro la stesura di questo lungo articolo. Il primo è quello di chiarire il concetto di “teleonomia” così come viene enunciato da Jacques Monod nel suo saggio “Il caso e la necessità”, oramai un classico della filosofia della biologia.

Il secondo è quello di portare avanti una breve riflessione sulla natura del finalismo – ci si chiederà se si tratta di un prodotto culturale o di una struttura cognitiva innata, propendendo per la seconda tesi – sui suoi effetti deleteri nella pratica scientifica e sull’effettiva possibilità di emanciparsene. 

Nelle citazioni, il corsivo è sempre dell’autore citato.

Che cos’è un essere vivente

Il caso e la necessità (1970)  è un libro breve ma complesso. In meno di duecento pagine vengono toccati tutti i principali temi della filosofia della biologia: la distinzione tra vivente e non vivente, il rapporto tra la biologia e le altre discipline, in particolare la fisica – in questo ambito, il libro si situa sulla linea di pensiero già indicata a suo tempo da Schrödinger, nel saggio Che cos’è la vita? 1 – l’interpretazione dell’evoluzionismo alla luce della allora nascente biologia molecolare, i possibili sviluppi delle scienze della vita, le conseguenze etiche e teoretiche delle ultime scoperte in ambito biologico.

Monod affronta la questione della definizione del vivente nelle pagine iniziali, brevi e complesse, le quali, da sole, pongono i quesiti forse più spinosi di tutto il testo.

Tre sono, secondo l’autore, le caratteristiche che distinguono un essere vivente da un ente inanimato: la morfogenesi autonoma, ossia la capacità di auto-costruirsi, a partire ovviamente dalle sostanze ricavate dall’ambiente esterno – una pianta ha in sé le strutture che le consentono di accrescersi, non ha bisogno di una forza esterna che ne assembli le parti; l’invarianza riproduttiva, ossia la caratteristica di essere entità essenzialmente conservative, la tendenza dell’essere vivente a ridurre le mutazioni al minimo nel passaggio da una generazione all’altra; e la teleonomia, ossia l’essere dotati di un progetto.

A questo proposito, Monod scrive

Qualunque ‘artefatto’ è il prodotto dell’attività di un essere vivente, che esprime in tal modo, e con particolare evidenza, una delle proprietà fondamentali caratteristiche di tutti i viventi, nessuno escluso: quella di essere oggetti dotati di un progetto, rappresentato nelle loro strutture e al tempo stesso realizzato mediante le loro prestazioni, ad esempio la creazione di artefatti

(Monod p. 15)

Sottolinea poi 

È indispensabile riconoscere questa nozione come essenziale alla definizione stessa degli esseri viventi, invece di rifiutarla (come hanno fatto alcuni biologi)

Ibid.

Introducendo la nozione di progetto in un saggio scientifico, si cammina sempre su di un terreno scivoloso, essendo il rischio di contraddire il postulato di oggettività della natura una certezza, più che un rischio.

Monod, che fu non solo brillante biologo ma anche acuto epistemologo, evidenzia immediatamente la contraddizione e sottolinea l’urgenza di risolverla se si vuol dare fondamento epistemologico alla biologia

Una palese contraddizione epistemologica

La pietra angolare del metodo scientifico  è il postulato di oggettività della natura, vale a dire il rifiuto sistematico di pervenire a una conoscenza ‘vera’ mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di ‘progetto’.[…] Il postulato di oggettività è consostanziale alla scienza […]. È impossibile disfarsene, anche provvisoriamente, o in un settore limitato, senza uscire dall’ambito della scienza stessa. […] Il problema centrale della Biologia consiste proprio in questa contraddizione che occorre risolvere se essa è solo apparente, o dimostrare insolubile se essa è reale

Ivi p. 26

Monod sceglierà di percorrere la prima strada, ritenendo possibile risolvere l’aporia subordinando la teleonomia all’invarianza. Poiché la teoria darwiniana è l’unica che consenta tale subordinazione – in tutte le altre teorie vitalistiche e animistiche passate in rassegna per essere confutate, Monod rileva un’inversione del rapporto gerarchico, con l’invarianza che viene subordinata alla teleonomia –  il darwinismo risulta l’unico approccio in grado di rendere conto della proprietà teleonomica – che, ripetiamolo, Monod considera evidente – senza minare il fondamento epistemologico della Biologia 2

Nel terzo capitolo, l’autore entra più nello specifico, sostenendo che

Si può ammettere che ogni prestazione o struttura teleonomica di un essere vivente, di qualunque tipo, sia analizzabile in linea di principio in termini di interazioni stereospecifiche di una, di molte o di moltissime proteine

Ivi p. 48

Monod dunque sembra voler dire questo: la contraddizione si pone solamente nel momento in cui assumiamo che sia stata la teleonomia a determinare l’invarianza, ma non quando assumiamo che sia stata l’invarianza – assolutamente spiegabile in termini fisici e chimici – a determinare la teleonomia. Essendo evidentemente la teleonomia una caratteristica vantaggiosa per la sopravvivenza, la selezione naturale avrà poi determinato l’affinamento di queste strutture teleonomiche fino ad arrivare ad un certo livello di complessità. Teniamo sempre a mente, comunque, che non è stata la teleonomia a determinare la comparsa dell’invarianza – altrimenti sosterremmo il finalismo più compiuto – ma che la teleonomia è una conseguenza dell’invarianza.

Sebbene Monod, arrivato a questo punto, sia convinto di aver risolto l’arcano e aver mostrato come la teleonomia, in ultima analisi, non contraddica il postulato di oggettività della natura, io credo che il problema meriti un’attenzione maggiore.

Le problematiche nozioni di regolarità, progetto e teleonomia

Prima di procedere oltre, dobbiamo chiarire il significato di alcuni termini. 

Prima di tutto, cosa si intende per progetto? Di sicuro, non dobbiamo confondere la nozione di progetto con quella di regolarità, perché altrimenti il postulato di oggettività della natura affermerebbe che la ricerca scientifica non deve interpretare la natura in termini di regolarità. 

Ma tutta la scienza moderna, da Galileo in poi, è una ricerca delle regolarità, regolarità che, a seconda dell’ambito di studi, sono necessarie per prevedere o classificare dei fenomeni. D’altro canto, se per regolarità intendiamo la caratteristica che differenzia ciò che chiamiamo ordine da ciò che chiamiamo caos 3, allora dobbiamo altresì riconoscere che questa è una caratteristica necessaria ma non sufficiente alla definizione di progetto.

L’altra caratteristica fondamentale della nozione di progetto è quella di intenzione: un progetto è dunque una regolarità intenzionale. Progettare significa porre intenzionalmente una regolarità laddove prima regnava il caos. Ad esempio, nel progettare una casa, l’ingegnere pone delle regolarità – espresse nei disegni preparatori -, che verranno poi implementate nella costruzione – intenzionale – dell’edificio, laddove prima regnava il caos, ossia negli ammassi di materiali edilizi.

Si capisce bene, dunque, che nel parlare di un progetto è impossibile prescindere da un’intenzione, ossia da ciò che i filosofi amano definire cause finali.

Chiarita la nozione di progetto, occupiamoci ora di quella di teleonomia.

Stando alla definizione di Monod, un’entità teleonomica è un’entità dotata di un progetto.

Dobbiamo chiederci, dunque, in che rapporto entità e progetto stiano tra loro.

Affermando che l’entità stessa è la realizzazione di un progetto, dobbiamo inevitabilmente ammettere che l’entità sia stata creata intenzionalmente e che dunque la sua creazione sia stata guidata da una o più cause finali. Stiamo infrangendo il postulato di oggettività della natura, perciò questa interpretazione non è accettabile.
Potremmo immaginare allora che il progetto non abbia guidato la creazione dell’entità, ma sia una proprietà dell’ente creato. Ma a questo punto si confonde la nozione di progetto con quella di regolarità: un reticolo cristallino è una struttura molto regolare, ma i minerali  non sono da considerarsi entità teleonomiche – come fa giustamente notare lo stesso Monod nel primo capitolo – poiché mancano di una proprietà fondamentale, ossia la morfogenesi autonoma ossia, assieme all’invarianza, il fondamento della teleonomia. In altre parole, ciò che distingue un’entità regolare da un’entità teleonomica è la capacità di quest’ultima di imprimere la propria regolarità in un’entità nuova. Ma in questo caso, la creazione della seconda entità sarà guidata da un progetto, contenuto nell’entità precedente.

Ci si chiede allora: è da considerarsi la seconda creazione guidata da cause finali? Dare una risposta non è semplice; è necessario chiarire prima il concetto di intenzione

Se per intenzione intendiamo l’atto di una volontà che tenta di realizzare il prodotto di un’attività cognitiva cosciente, allora no, non vengono coinvolte cause finali – durante la mitosi, da una cellula singola si formano due cellule identiche tra loro e alla cellula “genitrice” sulla base delle “istruzioni” contenute nel genoma di questa e tramite una serie di meccanismi chimici, i quali non contemplano in nessun punto la coscienza o la volontà.

Ma adottando questo significato di intenzione – che è anche il più vicino al modo di parlare quotidiano – ci si accorge che gli esseri viventi, a livello citologico e molecolare – che è quello cui si riferisce Monod –  non hanno nulla a che fare con l’intenzione

Ma se non si può più parlare di intenzione, non si può più parlare neanche di progetto, dunque neanche di teleonomia.

Come si vede, è molto difficile epurare il concetto di teleonomia dallo spettro finalistico, e neanche Monod ci riesce appieno. Subordinando la teleonomia all’invarianza, Monod non fa altro che subordinare le cause finali a quelle efficienti. È come se affermasse che da una serie di cause efficienti siano progressivamente emerse delle cause finali. Ma il problema rimane: il postulato di oggettività non rigetta le cause finali solo qualora queste precedano quelle efficienti, le rifiuta in toto.

Una possibile soluzione

Potremmo a questo punto sostenere che Monod intendesse utilizzare la parola progetto in due significati diversi: il primo, adottato durante l’enunciazione del postulato di oggettività, è quello di progetto in senso stretto, esposto durante la trattazione – progetto come regolarità intenzionale; il secondo è quello di progetto come sinonimo di regolarità. Adottando questa definizione, dire che gli esseri viventi sono teleonomici significa solo affermare che posseggono una regolarità che sono in grado di trasmettere alle generazioni successive – e sarebbe proprio la caratteristica della trasmissibilità a subordinare la teleonomia all’invarianza.

Intendendo la teleonomia non come la presenza di un progetto ma come regolarità trasmissibile alle generazioni successive la contraddizione col postulato di oggettività viene a cadere e la teoria di Monod riacquista vigore.

D’altro canto, Monod non fornisce indizi a riguardo. Anzi, volendo rimanere fedeli al suo testo, nulla potrebbe farci propendere per questa interpretazione di teleonomia. Sembra che egli intenda proprio che gli esseri viventi siano dotati di un progetto in senso stretto, cioè che siano dotati di un fine, sia pure questo la propria conservazione, e che le strutture teleonomiche esistano per realizzarlo.

Ma in questa maniera ricadiamo nuovamente nel finalismo e, come si è visto, subordinare la teleonomia all’invarianza non riesce ad eliminare le cause finali, ne cambia solo il rapporto rispetto a quelle efficienti.  

Dovremmo forse a questo punto indagare i vari significati possibili di fine e di intenzione, ma rischieremo solo di imboscarci in una foresta di distinguo verbali e sottigliezze lessicali che non è il caso di sviluppare adesso.

Conclusione: la difficoltà di emanciparsi dal finalismo

Sono persuaso che il finalismo non sia un prodotto filosofico o culturale, quanto piuttosto un approccio conoscitivo innato, il modo più semplice e più naturale per un essere umano di interpretare quanto lo circonda.

L’ambiguità del concetto di teleonomia deriva probabilmente dal fatto che anche il nostro linguaggio è intriso di finalismo, tanto da non rendercene spesso minimamente conto.

È difficile anche solo parlare in termini non finalistici.

Nell’adoperare la parola “progetto”, Monod non aveva forse neanche considerato i problemi che ciò implicava, e questo non perché Monod fosse un pensatore grossolano, tutt’altro, ma per il semplice fatto che anche lui, nonostante fosse ben avveduto dei presupposti teorici della pratica scientifica, in quanto essere umano pensava – ad un livello molto profondo, oserei dire inconscio – in termini finalistici, nei termini di quel finalismo che si è dato tanta pena di confutare nelle sue formulazioni teoretiche più compiute.4

Evitare di ricorrere, anche in maniera velata, al concetto di cause finali nelle spiegazioni scientifiche richiede un enorme sforzo e una grande disciplina da parte dello scienziato, poiché si tratta di censurare il modo più naturale e, se vogliamo, più “umano” di interpretare il mondo.

E se nella fisica e nella chimica siamo diventati abbastanza bravi in questo, lo stesso non si può dire per le scienze della vita, per almeno due motivi:

il primo è la complessità strutturale di un essere vivente rispetto ad ogni altro sistema naturale;

il secondo è dato dalla vicinanza “emotiva” dell’oggetto di studio – non è un caso che l’ingegneria genetica abbia sollevato e sollevi molti più dilemmi etici della meccanica quantistica – che rende la tentazione di parlare di “fini” e “scopi”  molto forte, e può portare ad errori scientifici estremamente difficili da estirpare: si pensi, ad esempio, all’errata interpretazione degli argilloscisti di Burgess da parte del paleontologo Charles Doolittle Walcott, che, volendo adattare le evidenze fossili ad una visione finalistica ed antropocentrica dell’evoluzione 5, contaminò la storia della vita con un pregiudizio che venne eliminato solo dal lavoro di Conway Morris, Whittington e Briggs più di mezzo secolo dopo.

Non credo che l’uomo, neanche quello di scienza, riuscirà mai a liberarsi completamente dal pregiudizio finalistico; dovrebbe cambiare radicalmente non il suo modo di pensare, ma le strutture innate che sottostanno al suo pensiero, giacché, lo ripeto, ritengo che il finalismo sia una di queste strutture, non si lasciano piegare facilmente. Spiegare il mondo in termini di cause finali è comune ad ogni popolo, in ogni luogo e momento storico di cui si abbia notizia, e persino il nostro Occidente, tanto evoluto, non è immune da questa pratica perniciosa; per questo ritengo insostenibile una visione del finalismo come mero prodotto culturale.

Ma dovrebbe essere proprio questa coscienza della ineliminabilità definitiva del modo di pensare finalistico a far comprendere come una costante riflessione critica intorno alla pratica scientifica ed ai suoi presupposti teorici sia indispensabile per evitare, per quanto possibile, interpretazioni del mondo che sono tutto fuorché scientifiche. L’unica alternativa sarebbe enunciare in maniera più flessibile il postulato di oggettività, minando però così le fondamenta stesse della scienza come la conosciamo.

Note

  1. (Schrödinger p. 131)
  2. (Monod p. 27-28)
  3. Una definizione più comune di regolarità è la seguente: che si svolge secondo una regola, ossia in maniera ripetitiva, costante e perciò prevedibile. Quest’ultima è in realtà un caso particolare della definizione, più generale, che ho adottato nel testo.
  4. (Monod p. 29-46)
  5. (Gould p. 263-269)

Bibliografia

Gould, S. J. La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia. Feltrinelli, 2018.

Monod, Jacques. Il caso e la necessità. Mondadori, 2017.

Schrödinger, Erwin. Che cos’è la vita? Adelphi, 1995.

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