Introduzione
Mai distinguere l’Uomo dalla Tecnica! Questo è il primo grandissimo errore nel quale ci troviamo continuamente coinvolti. Ma dov’è l’Uomo che non ha la tecnica? Qual è l’origine dell’Uomo? Dove possiamo dire:Qui c’è un Uomo? “Ma che è Uomo?”[1] Questa domanda potrebbe essere formulata senza tecnica?
La tecnica non è sicuramente un fatto recente, affonda infatti le sue origini ai tempi degli ominidi. Non andrebbe mai distinto l’Uomo dalla tecnica anzi potremmo dire che ne costituisce l’essenza. Quindi non si parli di momenti che hanno preceduto la tecnica, ma si distingua una fase rudimentale da un’altra più raffinata .Per milioni di anni gli ominidi, che ci hanno preceduto, hanno cominciato a costruire degli strumenti .Non si sono limitati ad assecondare l’evoluzione della natura che li rendeva idonei a vivere nel loro ambiente, laddove gli animali intelligenti sanno fare quello che devono fare per sopravvivere e per proseguire la loro specie. No, gli ominidi hanno fatto qualcosa di più. La Tecnica ha processi e metodi diversi dall’evoluzione naturale. Come diceva l’antropologo Claude Lévi-Strauss:“Non c’è l’evoluzione della falce o del martello. Questi sono strumenti”. Ma cos’è strumento?Gli scimpanzé sono animali di particolare intelligenza e qualcuno di loro si servì di bastoni per tirare giù i frutti dagli alberi e prolungare così il loro braccio per ottenere lo scopo. Anche l’Uomo si fa largo nella foresta usando un bastone che ne diviene il prolungamento del suo braccio, ma, al contrario dello scimpanzé,egli comprende che il bastone è un oggetto. una cosa di cui deve impadronirsi per assimilarla all’azione del braccio .Il bastone gli permette, essendo uno strumento esosomatico – fuori dal corpo – di vedere la sua azione, gli fa da specchio. In questo modo riesce a capire che cosa fa e non solo che fa. Solo così individua nello strumento il suo essere mezzo per raggiungere lo scopo. E qui c’è già tutta la Tèchne. Lo scimpanzé ha utilizzato il bastone accidentalmente, una volta usato lo butta, lo dimentica. L’essere umano non è fatto così, non se lo dimentica, lo mette da parte per quando gli servirà di nuovo. Ma qual è lo strumento che gli permette questo: il Logos. È il Logos che rende l’uomo umano, che gli permette la conoscenza. Questa tecnica è la base originaria su cui si fonda la costruzione di tutti gli strumenti successivi, senza la quale l’Uomo non si sarebbe differenziato dagli altri animali. “Conoscere è Ricordare”[2] questa la frase miliare che troviamo nel Fedone di Platone. Concetto da decifrare in relazione alla nozione di Ritmo parola che indica il ritorno. L’uomo constata il ritorno attraverso la mediazione della parola e lo può anche segnalare. Quando al calar del sole gli egiziani pronunciavano la parola Ra – utilizzando una procedura tecnologica -era il segnale che il sole sarebbe tornato. Poiché chi sa dire Ra sa che c’è e ci sarà il sole, per questo può non vivere in balia del sole come fanno tutti gli animali che, invece, vivono al sole.
Approfondimenti
Si distingua il termine Tecnologia, cioè l’insieme degli strumenti a nostra disposizione, da Tecnica che è la forma più alta di razionalità raggiunta dall’uomo, più alta addirittura dell’Economia che soffre della passione umana che è quella del denaro, mentre la Tecnica ne è del tutto esonerata. Si tratta però della razionalità ridotta a mezzo che consiste nel raggiungimento massimo degli scopi con l’impiego minore possibile di mezzi.
Tecnica, lo abbiamo detto, è l’essenza dell’uomo, ed il motivo per cui possiamo azzardarci tale conclusione sta nel fatto che gli uomini non dispongono di istinti a differenza degli animali perciò è irragionevole dire dell’uomo: “È un animale ragionevole”. L’istinto è una risposta rigida a degli stimoli e gli uomini non ce l’hanno, ma hanno degli impulsi. A dimostrare questo,l’animale come nasce sa ciò che deve fare invece l’uomo, per esempio, in presenza di una spinta sessuale può dedicarsi a tutte le perversioni o ad una sublimazione dell’istinto trasformandolo in Opera d’Arte. Platone racconta nel Protagora che Zeus incaricò Epimeteo, colui che pensa dopo ‘epi metis’, di conferire ai viventi tutte le loro qualità. ma siccome era improvvido, sceso nel mondo umano si trovò a mani vuote. Quindi Zeus presa pietà degli uomini incarica Prometeo, fratello di Epimeteo di dare agli uomini la sua virtù che è la preveggenza. Infatti Hobbes dice che gli animali mangiano quando hanno fame, ma l’uomo è affamato anche dalla fame futura ed infatti provvede per quando avrà di nuovo fame. Il problema della tecnica è messo a tema nel modo greco mentre nella civiltà giudaico-cristiana non poteva essere tematizzato. Queste citate sono le due civiltà che hanno costituito il pensiero occidentale. Per la cultura giudaico-cristiana la natura era il prodotto di una volontà di Dio che l’aveva creata come leggiamo nella Genesi: “Dominerai sugli animali della terra, sui pesci e sui volatili”. Quindi la Tecnica è conseguente al dettato divino e non crea contraddizione. Nel Seicento, con la nascita della scienza moderna che gronda di metafore teologiche, Bacone ci dirà che attraverso la tecnica e la scienza noi recupereremo le virtù preesistenti che possedeva Adamo al tempo del peccato originale e concorreremo alla redenzione perché ridurremmo le conseguenze della colpa che erano sostanzialmente due:“Guadagnerai il pane con il sudore della fronte e partorirai nel dolore”[3]. C’è quindi continuità fra impianto giudaico-cristiano e scienza moderna. Il mondo Greco è invece lo sfondo immutabile che nessun uomo e nessun dio fece, dice Eraclito, e l’uomo contemplando la natura deve catturare le leggi e costruire a partire dalle leggi di nature le leggi della città e le leggi per il buon governo dell’anima. Non c’è dunque il primato dell’Uomo sulla Natura ma l’armonizzarsi dell’uomo all’ordine naturale. Il problema quindi che la tecnica si pone: è più forte la tecnica o la natura?Nel Prometeo incatenato di Eschilo, Prometeo amico degli uomini, dà loro il fuoco, cioè la capacità di calcolo, l’episteme direbbe Platone, rendendoli da indifesi a padroni di sé stessi. Il coro, ad un certo punto, chiede a Prometeo se sia più forte la tecnica o la necessità che governa le Leggi di Natura, e a Prometeo risponde che:“La Tecnica è di gran lunga più debole della necessità che governa la Natura”.[4] Sofocle, inoltre, nell’Antigone dice che:“L’aratro fende la terra ma la terra si ricompone dopo il suo passaggio”.[5] La Natura quindi, nel mondo Greco,non si capovolge nello sfondo natura-uomo, anche perché allora la tecnica era molto elementare. A cambiare le carte in tavola sarà la scienza moderna con Bacone,Cartesio,Galileo. Costoro travolgono l’impianto Greco. L’uomo infatti comincia a formulare ipotesi sulla Natura, la sottopongono ad esperimenti e se questi confermano l’ipotesi, assumono le stesse come leggi di natura che noi stessi abbiamo formulato. Due secoli dopo Kant sottolinea questo capovolgimento e dice che “L’Uomo non si rapporta più alla Natura come lo scolaretto ascolta il maestro, ma si comporta come un giudice con un imputato”[6].È quindi la natura che si trova costretta a rispondere all’interrogatorio.
Questo articolo ha il solo scopo di proporre una mappa, una base da cui partire per provare a ragionare attorno alla relazione Uomo-Tecnica. In ogni luogo si sentono discorsi su questo tema che hanno, perlopiù, una matrice comune, la retorica. Nell’accezione peggiore del termine, quell’atteggiamento improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni. Sono convinto che per affrontarlo, al contrario, si dovrebbe ascoltare competenze diverse, sguardi dagli orizzonti più ampi, analisi approfondite capaci di farci vedere la Cosa nelle sue variegate sfaccettature e nelle sue potenziali varianti. Servono intelligenze capaci di visionarietà, ma per fare questo è bene partire dalle origini ed è quello che ho provato a fare facendomi aiutare da Massimo Cacciari, Carlo Sini, Umberto Curi, Umberto Galimberti, in questo caso i miei numi tutelari.
[1]Immanuel Kant, CRITICA DELLA RAGION PRATICA
[2] Platone, FEDONE
[3]BIBBIA, GENESI
[4] Eschilo, PROMETEO INCATENATO.
[5] Sofocle, ANTIGONE.
[6]Kant, CRITICA DELLA RAGION PURA

Nonostante anche io tenda ad individuare nella tecnica l’ “essenza” (anche se preferisco utilizzare l’espressione, meno filosoficamente problematica, caratteristica precipua) dell’uomo, devo dissentire circa alcuni punti: innanzitutto, il capovolgimento del rapporto natura-tecnica innescato dalla Rivoluzione Scientifica del ‘600, e ancor più dalle due Rivoluzioni Industriali, è, a mio giudizio, puramente illusorio: per quanto la tecnica possa avanzare e potenziarsi, sarà sempre limitata dalle leggi della Natura, ossia se qualcosa è tecnicamente possibile è perché la Natura lo concede, poiché ipotizzare una tecnica in contrasto con le leggi della natura significa tirare in ballo entità sovrannaturali, trascendenti, magiche o altre patologie del pensiero; in secondo luogo, per quanto sia un dato oggettivo che la neuroplasticità, e quindi, semplificando all’estremo, forse in maniera leggermente impropria, la capacità dell’ambiente e dell’esperienza di plasmare i comportamenti nell’uomo sia estremamente sviluppata, è un errore asserire che negli animali ogni comportamento sia già predeterminato da « una risposta rigida a degli stimoli », cosa vera soltanto negli organismi più semplici, e significherebbe negare fenomeni etologici sperimentalmente confermati come quello dell’imprinting, così come è un errore sostenere che negli umani non esistano assolutamente istinti, ma solo pulsioni, per usare una distinzione freudiana: le neuroscienze hanno dimostrato e confermato più volte che nei neonati i comportamenti sono pressoché totalmente fisiologici o che le risposte come quella di combattimento e fuga sono fondamentalmente predeterminate, e non credo ci sia bisogno di scomodare le scienze cognitive per affermare che comportamenti molto basilari, come respirare, siano innati e non appresi.
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