In giornate di sole, belle come questa, intere famiglie si ritrovano imprigionate tra le mura di casa propria. Scuole chiuse, palestre, piscine e discoteche sbarrate, supermercati svaligiati; questa è la dura realtà del Coronavirus.
Tutto iniziò verso i primi di gennaio, quando dalla Cina incominciò a divulgarsi su tutti i giornali e telegiornali la notizia del COVID-19.
Si tratta di un virus che si trasmette per vie aeree, la sintomatologia è quella tipica dell’influenza stagionale, se non fosse per la sua letalità medio-alta che in casi estremi, ovvero difronte ad una difesa immunitaria bassa, può condurre alla morte.
Ed è così che nell’arco di pochi giorni, si è diffuso il terrore, soprattutto dopo la conferma dei primi casi in Italia.
Tra i disturbi d’ansia, la fobia del contatto umano è quella più diffusa, tanto che una semplice passeggiata è diventata qualcosa di impensabile. Nel frattempo, i decessi aumentano, e per prevenire il contagio centinaia di farmacie vengono assaltate e svuotate di ogni tipo di mascherina e amuchina.
Personalmente, non avrei mai pensato di vivere un’allerta sanitaria mondiale, una realtà così lontana da me, tipica dei film d’epidemia hollywoodiani, tanto da riuscire a calarmi nei panni di Will Smith nell’apocalittico “Io sono leggenda”.
Non è l’unica pellicola del genere a riflettere la nostre paure difronte ad un nemico “invisibile” e il rifiuto verso un prossimo ritenuto potenzialmente pericoloso.
D’altra parte, la caccia all’untore l’aveva già ben raccontata Manzoni nei “Promessi Sposi”, dove la peste bubbonica diventava il contesto ed il “pretesto” per scandagliare i confini tra il male ed il bene nelle nostre coscienze.
