Peer Education

L’altro diventa uno specchio in cui riflettersi e grazie al quale comprendere se stessi, favorendo una maggiore accettazione del proprio status e una nuova percezione della propria identità (Cooley, 1902).

Lunedì 13 Gennaio, presso il Liceo Classico Carducci-Ricasoli di Grosseto, si è aperta, per la durata dell’intera settimana, la Peer Education, da anni proposta agli studenti come progetto formativo volto a stimolare i ragazzi a mettersi in discussione e a favorire lo scambio di idee e pensieri su diverse tematiche. La Peer Education, traducibile con “educazione tra pari”, promuove, infatti, un tipo di approccio atto a far sì che tutti coloro che vi prendono parte siano coinvolti nel processo di apprendimento, annullando la distinzione tra formatori e discenti, prediligendo una comunicazione circolare piuttosto che una di tipo unidirezionale.
L’educazione tra pari consiste nella formazione, da parte di persone qualificate, di coloro che assumono il ruolo di peer educators, nel caso del progetto del Liceo Classico ragazzi scelti frequentanti il triennio, i quali hanno il compito di trasmettere la propria preparazione, ma, ancor prima, di essere “moderatori”. Uno dei punti di forza della Peer Education è la socializzazione all’interno del gruppo. Il peer da solo non trasforma nulla, e in quanto non professionista non è suo compito principale essere formatore, ma è, invece, stimolo stesso della partecipazione: il gruppo durante gli interventi è coinvolto ed esortato nell’elaborazione dei vissuti e delle esperienze. Si può dire che la colonna portante della Peer Education sia forse proprio la partecipazione.
La Peer Education si diffonde, soprattutto nel Nord America, negli anni Settanta, per quanto già nei due decenni precedenti vi fossero stati progetti analoghi. I primi tentativi di educazione tra pari risalgono addirittura alla fine del 1800 in Inghilterra, quando due studiosi − Lancaster e Bell − hanno tentato di rimediare al problema del sovraffollamento delle classi popolari e alla quasi totale assenza di docenti professionisti; oggi il fine ultimo è del tutto diverso, ma la struttura ed il funzionamento del progetto hanno dei punti in comune.
Gli antropologi van Gennep e Bourdieu, narrando delle cerimonie di iniziazione, descrivono la collaborazione del gruppo come essenziale per il superamento della prova e quindi per il passaggio all’età adulta. Per citare Gnemmi e Ottolini, che nel 2014 hanno pubblicato un libro riguardo la Peer Education: «Si ritrovano in questi riti antichissimi molti dei principi ispiratori della Peer Education moderna, come la fondazione del gruppo quale elemento portante del rinnovamento della comunità, l’assunzione di responsabilità, la valutazione del rischio, la cooperazione tecnica e soprattutto affettiva».
L’educazione tra pari risponde al tipico bisogno umano di appartenenza.
Il legame di similarità percepito tra i soggetti coinvolti in un progetto di Peer Education, dunque, è alla base della sua efficacia. Sentire una qualche comunanza con le altre persone coinvolte, condividere con loro simili problematiche o esperienze comuni, rivedersi nelle situazioni o in azioni altrui: tutto ciò favorisce la credibilità e l’efficacia della comunicazione educativa; i membri del gruppo diventano soggetti attivi del loro sviluppo e della loro formazione.
Da una parte, come riporta una ricerca di Keith James Topping, gli allievi che ricevono spiegazioni da altri alunni apprendono maggiormente rispetto a coloro che lavorano da soli; dall’altra, lo studente tutor, dovendo ripercorrere e spiegare ad un’altra persona un concetto, rinforza la propria preparazione e migliora le proprie strategie di apprendimento.
La validità della Peer Education è stata dimostrata per mezzo di varie teorie che spiegano come le persone adottino nuovi comportamenti in base all’ambiente circostante: la Teoria social cognitiva ne è un esempio. Questa si basa, tra gli altri, sui concetti di agenticità umana e di cognizione sociale. Il primo definisce la capacità di una persona di agire attivamente e trasformativamente nel contesto in cui è inserito. Il secondo consiste nell’attività mentale con la quale un soggetto arriva a conoscere il mondo sociale, per esempio i processi attraverso cui le persone acquisiscono informazioni dall’ambiente, le interpretano, le immagazzinano in memoria e le recuperano da essa, al fine di comprendere sia il proprio mondo sociale che se stesse, organizzando, di conseguenza, i propri comportamenti. L’autore di questa teoria – Bandura − condusse un esperimento chiamato “della bambola Bobo”, che lo portò a sottolineare come l’apprendimento dei soggetti non derivasse esclusivamente dal contatto con gli oggetti, ma anche dalle esperienze indirette sviluppate attraverso l’osservazione di altre persone. Bandura ha definito con il termine modeling (imitazione) l’evoluzione dell’apprendimento che si verifica quando un individuo “osservatore” modifica il proprio comportamento in funzione di quello dell’individuo “modello”. Per l’autore, il comportamento è, quindi, il risultato di un processo di acquisizione delle informazioni provenienti da altri individui.
Come dice Panzavolta, l’educazione tra pari va vista come «un intervento che mette in moto un processo di comunicazione globale, caratterizzato da un’esperienza profonda ed intensa e da un forte atteggiamento di ricerca di autenticità e di sintonia tra i soggetti coinvolti. Questa pratica va oltre la consueta pratica educativa e diviene una vera e propria occasione per il singolo soggetto, il gruppo dei pari o la classe scolastica, per discutere liberamente e sviluppare momenti transferali intensi».
Tutto ciò corrobora dunque la tesi per la quale una Peer Education ben strutturata può effettivamente aiutare gli studenti a superare ostacoli di diversa natura e rivelarsi un mezzo atto ad informare riguardo svariate tematiche.
L’educazione tra pari è inoltre un ottimo modo per far vivere ai ragazzi un momento informale all’interno della scuola, edificio spesso temuto dagli studenti. Uno dei tanti obiettivi è infatti anche far “entrare la vita all’interno dei muri scolastici” per mezzo della condivisione di esperienze, dubbi, incertezze da parte dei pari guidati dal peer educator.
Al Liceo Classico, anche quest’anno come quello precedente, la Peer Education è stata gestita dai ragazzi senza l’intervento di esperti (l’eventuale apporto di contributi da parte di professionisti nell’educazione paritaria può avvenire, purché s’inserisca con un approccio volto ad una comunicazione orizzontale), com’era, invece, avvenuto due anni fa. In particolare, come anticipato, i ragazzi tutor del triennio hanno partecipato ad una lezione di formazione coi professori che si sono occupati dell’organizzazione; dopodiché, a partire da lunedì 13 gennaio, fino a sabato 18 gennaio inclusi, sono state sospese le normali lezioni per lasciare spazio al progetto di Peer Education “Senza dipendenze”.
Le prime due ore della mattina erano destinate al recupero di matematica, latino, greco per chi non aveva ottenuto la sufficienza nel trimestre. Durante l’orario rimanente, invece, gli studenti si sono recati in una classe − ogni giornata dovevano sceglierne una diversa, affinché ogni alunno avesse la possibilità di conoscere ed incontrare il maggior numero di compagni possibile − dove, assieme ai peer educators, hanno approfondito il tema delle dipendenze, sotto diversi aspetti.
Nello specifico vi erano otto classi: due di cinema, una di arte, una di attualità, una di letteratura, una di musica, una di salute, una di teatro. Ognuna di queste trattava diverse dipendenze (alcool, ludopatia, sesso, tecnologia, droga, cibo, farmaci, social network…), ogni giornata una diversa, con una scansione predefinita ben precisa, utilizzando i mezzi che erano propri della classe scelta ed utili al dibattito. Cinema, ad esempio, poteva proporre un film che riguardasse il tema scelto; arte, invece, quadri o fotografie; attualità, notizie di cronaca, e così via.
L’ultimo giorno invece − sabato 18 – è stato destinato ad un feedback, in cui i ragazzi si sono scambiate le proprie opinioni riguardo l’organizzazione e le tematiche del progetto svolto quest’anno, ma anche degli anni passati. Ciò mirava a far conoscere, in particolare agli studenti di prima e seconda, un numero maggiore di esperienze, al fine di far emergere le diverse visioni ed i diversi pensieri dei compagni.
Un interessante progetto, insomma, utile all’accrescimento degli alunni che vi prendono parte e che, da studente del Liceo Scientifico, mi auguro, un giorno, di veder presente − nonostante le ovvie difficoltà date dal superiore numero di allievi − anche nell’offerta formativa del Liceo G. Marconi.

Tommaso Compagnucci

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