Da adolescente quale sono ho notato che, spesso, tra i miei coetanei, si sviluppa un senso di ricerca dell’inarrivabile, una sorta di inquietudine dell’animo legata ad un’incertezza di base che domina nelle nostre menti: come se non esistesse alcun fine ultimo se non quello di raggiungere l’irraggiungibile. Ho notato per i corridoi volti lunghi ed imbronciati e dubito che la causa sia solo un’imminente interrogazione, c’è di più, io credo che si nascondano brillanti menti dietro quei volti, capaci di guardare oltre al proprio naso. Sono convinto che molti, se non tutti, gli adolescenti, siano così e che se in età adulta il singolo uomo si mostra formato solo di istinto e raziocinio, senza sogni, ideali o utopie diventa, citando De André, “una specie di cinghiale laureato in matematica pura”, ma potenzialmente, se avesse seguito quei sogni, ideali e utopie giovanili, o se almeno non gli avesse accantonati, sarebbe stato capace di essere migliore. Parlando di utopie presenti negli animi dei ragazzi la più grande a parer mio è quella della ricerca della felicità, apparentemente irraggiungibile. Il ragazzo viene istruito a cos’è la felicità e lui quella cerca di raggiungere: la ricerca dell’amore, della ricchezza, del successo e della fama, ignaro di cosa sia davvero la felicità. Per definizione la felicità è una cosa ben specifica, distinta dalla contentezza e noi, da bravi studenti di latino, possiamo andare a ricercare l’origine di queste due parole arrivando a scoprire che “contento” deriva da “contentus”, participio passato di “contenere”, e, come chi ha la camicia di contenzione di conseguenza non si agita, allo stesso modo fa chi è contento, potremmo dire che la contentezza non è una presenza, ma un’assenza: un’assenza di problemi, di angoscie e preoccupazioni. Allo stesso modo se andiamo a ricercare l’origine della parola felice scopriamo che deriva dal latino “felix” che prima di essere un termine usato per l’uomo a livello psicologico, era usato per descrivere campi, alberi e arbusti. Un albero si diceva felice quando produceva dei frutti, e non frutti qualsiasi, ma i frutti che tale albero era destinato a fare, un melo non si può sognare di fare le pere e anche se le facesse non sarebbero al livello delle pere di un pero, allo stesso modo l’uomo è felice quando compie ciò per cui è portato, che sia scrivere, giocare a calcio o archiviare plichi, e la felicità, secondo la sua definizione originale, è questo, il fare quello che si vuol fare e che ci riesce fare, magari anche in uno stato di angoscia, ansia e turbamento, ma fieri di quello che si fa e facendolo volentieri.
